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Esperienza di assunzione di 10 mg di psilocibina, il 6 aprile 1961, ore 10:20
Dopo 20 minuti circa inizio degli effetti: allegria, bisogno di parlare, lievi ma piacevoli sensazioni di vertigine e «respiro profondo e gradevole».
10:50: Forte! Vertigini, non riesco a concentrarmi…
10:55: Irrequieto; intensità dei colori: tutto oscilla tra il rosa e il rosso.
11:05: Il mondo si raccoglie là, sul centro del tavolo. Colori molto intensi.
11:10: Un essere diviso, inaudito – come posso descrivere questa sensazione di vita? Onde, altre identità, debbono controllarmi.

Subito dopo aver scritto questa nota uscii fuori, lasciando la tavola dove avevo fatto colazione con il dottor H. e le nostre rispettive mogli. Mi distesi sul prato. L’inebriamento raggiunse velocemente il suo apice. Benché mi fossi imposto di prendere continui appunti, la cosa mi sembrava ora una totale perdita di tempo; l’incedere della penna sul foglio appariva di una lentezza infinita e le possibilità di espressione verbale erano troppo misere in confronto alla straripante esperienza interiore, che minacciava di farmi esplodere. Ero convinto che cento anni non sarebbero bastati per descrivere la ricchezza dell’esperienza vissuta in un solo minuto. All’inizio predominarono le impressioni ottiche: la successione interminabile delle file di alberi nella vicina foresta attirava la mia estatica attenzione. Poi i brandelli di nuvole sparsi in un cielo luminoso cominciarono ad accatastarsi, con silenziosa e vertiginosa maestà, l’uno sopra l’altro, formando migliaia di strati – paradiso sopra paradiso; rimasi in attesa, sentivo che lassù, da un momento all’altro, qualcosa di veramente forte, di inaudito si sarebbe manifestato o sarebbe accaduto – avrei visto un Dio? Rimase però solo l’attesa, il presentimento, l’esser sospeso «sopra la soglia dell’ultima sensazione».

Mi spostai oltre (ero infastidito dalla vicinanza degli altri) e mi sdraiai in un angoletto del giardino sopra una catasta di legna riscaldata dal sole – le dita accarezzavano quei ciocchi con una tenera e traboccante sensibilità animale. Mi sentii immergere dentro me stesso; raggiunsi l’apogeo totale: fui pervaso da un senso di beatitudine, di felicità appagata – a occhi chiusi, mi ritrovai in una cavità piena di ornamenti color rosso-mattone, e contemporaneamente al «centro dell’universo della compiuta tranquillità». Ero consapevole della bontà di tutte le cose – la bontà della causa e dell’origine di tutto. Ma nello stesso istante colsi anche la sofferenza e il disgusto, la depressione e l’errore dell’esistenza ordinaria: là non si è mai «totali», ma solo divisi, tagliati a pezzi, sbriciolati in piccoli frammenti di secondi minuti ore giorni settimane anni: là si è schiavi del tempo Moloch che ci trangugia pezzo a pezzo; si è condannati a farfugliare, a tirar via, a raffazzonare; dobbiamo trascinare con noi, attraverso questo sogno febbricitante «presente» a un «passato» condannato in un «futuro» nebuloso, là in mezzo ai giorni dell’esistenza umana, come un aculeo nascosto nel profondo dell’anima, come ammonimento di un’esigenza mai adempiuta, come una fata morgana del paradiso perduto e promesso, la perfezione e l’assoluto, l’unione di tutte le cose, l’eterno momento dell’età aurea, questo primigenio fondamento dell’essere – che tuttavia è sempre stato presente e sempre lo sarà. Lo capivo. Questo inebriamento era un viaggio nell’universo, nell’universo interiore, e per un istante vissi la realtà da una posizione che sta oltre la forza di gravità del tempo. Sentendo di nuovo questa forza, volli a tutti i costi ritardare, come fanno i bambini, il ritorno a casa; presi una dose ulteriore di 6 mg di psilocibina alle 11:45, poi di nuovo 4 mg alle 14:30. L’effetto fu minimo e comunque non meritevole di ricordare.

Anche la pittrice Li Gelpke, moglie di Rudolf, prese parte a questa serie di ricerche, sottoponendosi a tre esperimenti con LsD e psilocibina. Scrive l’artista a proposito del disegno a china che fece durante un esperimento: “Nulla su questo foglio è stato creato consapevolmente. Mentre ci lavoravo, il ricordo (dell’esperienza con la psilocibina) era ancora vivo e ha accompagnato ogni singolo tratto di matita. Perciò il disegno è a più strati come questo ricordo, e la figura in basso a destra rappresenta il prigioniero del suo sogno. Tre settimane dopo mi sono capitati fra le mani alcuni libri di arte messicana e, con un certo spavento, ci ho ritrovato i motivi dominanti delle mie visioni.”

Dal libro “Lsd il mio bambino difficile” di ALBERT HOFFMAN





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