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Si dice che da un grande potere derivino grandi responsabilità. Questo è specialmente vero per quanto riguarda la tecnologia. Pensiamo alle armi: se con la spada si può uccidere solo qualche persona per volta, con una bomba atomica se ne possono uccidere decine di migliaia in più nello stesso lasso di tempo.

La Germania nazista era a tutti gli effetti un’immensa fabbrica in cui tutto era votato alla guerra e alla dominazione mondiale, nonché al burocratico sterminio di intere popolazioni. L’unione di burocrazia e industria ha creato la società in cui viviamo, così meccanica e impersonale. Mentre lo scorso secolo è stato sconvolto dalle tecnologie industriali, questi primi quindici anni di nuovo millennio hanno visto imporsi la dimensione “immateriale” dell’informazione. Ma oggi la sfida è quella di integrare internet alla realtà.

Due sono le parole chiave con cui capire e decifrare l’incredibile spinta attraverso cui i conglomerati industriali e tecnologici si combattono: scalabilità e disruption.

Che cosa significa dire che un’attività, principalmente commerciale, è scalabile? Significa immaginare quante persone possa raggiungere senza stravolgere la sua forma originaria. Ovvero essere scalabili significa crescere senza essere schiacciati dal proprio peso. L’esempio più classico è Kodak versus Instagram: il colosso giapponese della fotografia è arrivato ad avere più di 100mila mila dipendenti; Instagram, quando è stata acquisita da Facebook, ne aveva appena 19. E qui entra in gioco la disruption, che altro non è che la capacità di fare qualcosa in un modo completamente diverso da come si faceva prima, rivoluzionando completamente il mercato. Un altro esempio di disruption è quello che Uber ha fatto al vecchio modello dei taxi.

Internet ha permesso una scalabilità sconosciuta in precedenza. Aziende come Facebook e Google sono i primi esempi di superpotenze economiche che influenzano la vita di miliardi di persone. Il loro potere nel plasmare il futuro dell’umanità è ormai superiore di quello di qualsiasi nazione. Eppure come siamo arrivati in fretta all’attuale situazione, potremmo altrettanto in fretta trovarci in un mondo completamente diverso. In un certo senso, infatti, la rivoluzione digitale è già finita. O meglio è entrata in una seconda fase, più matura.

Mondo fisico e digitale non sono più separati: sono più interlacciati che mai. Mobile, e-commerce, stampa 3D, macchine che si guidano da sole, nanotecnologie e robot: il mondo digitale sta applicando i suoi principi al mondo fisico. Le possibilità tuttavia non sono infinite. O meglio: alcune soluzioni si impongono meglio di altre e i modelli vincenti vincono tutto. Quello che facciamo della tecnologia è infatti in un certo senso predefinito, imposto da altri. Il problema non è capire quello che è giusto o sbagliato fare con una tecnologia, il problema è capire anche quali possono essere le sue conseguenze dirette, ma soprattutto indirette, che poi sono quelle che danno il via ai cambiamenti sociali.

Mentre gli Stati regolamentano ancora qualcosa che dovrebbe competere alla libera scelta dei cittadini, grandi aziende cercano di raggiungere obiettivi o un regime di controllo molto più opprimente nei confronti della società. La tecnologia di per sé non è buona né cattiva, tuttavia le conseguenze della tecnologia che abbiamo oggi a nostra disposizione sono tanto promettenti quanto impossibili da prevedere. E ci vuole una consapevolezza più diffusa a livello sociale per indirizzare il progresso, senza che le persone siano obbligate soltanto a subirlo.





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