Dietro all’idea c’è una realtà nota come quella di OzHarvest Market, pioniera nel mondo dei supermercati sociali. Dopo aver mostrato come ridurre gli sprechi nella grande distribuzione e aver ispirato esperienze simili in tutto il mondo, la no profit australiana a cui fa capo rilancia la sfida estendendo la portata della sua filosofia agli chef e aumentandone l’impatto.

In collaborazione con la tecnologia messa a disposizione da Winnon, azienda che ha introdotto sul mercato un sistema per misurare, monitorare e ridurre conseguentemente la mole di rifiuti alimentari, sistema già utilizzato con profitto da aziende come IKEA, Compass Group e AccorHotels, Ozharvest Onlus ha deciso di sensibilizzare gli chef che lavorano in Australia e Nuova Zelanda che a loro volta saranno d’esempio per la popolazione diffondendo la consapevolezza che il cibo è troppo prezioso per essere sprecato.

«I nostri clienti, messi insieme, risparmiano 21 milioni di dollari ogni anno diventando più efficienti e facendo la cosa giusta per l’ambiente», hanno dichiarato i responsabili di Winnon.

Gli sprechi alimentari attualmente costano all’Australia 20 miliardi di dollari l’anno e l’intuizione di OzHarvest Market per invertire questo trend è stata geniale: raccogliere a costo zero i prodotti che gli altri supermercati considerano scarto o risultano in eccesso e dar loro una nuova possibilità di non finire nella spazzatura.

Il primo supermercato in Europa a vendere prodotti prossimi alla scadenza o scaduti, ma ancora perfettamente commestibili, oppure con il packaging danneggiato, è nato nel 2016 a Copenaghen e si chiama Wefood. La collocazione geografica non è casuale, infatti la Danimarca è il paese più consapevole al mondo nella lotta contro lo spreco alimentare. Da quel momento altre realtà hanno abbracciato la stessa missione. In Germania, The Good Food, ha scelto di non imporre prezzi sui prodotti incoraggiando gli acquirenti a pagare ciò che considerano giusto o che possono permettersi. Stessa cosa accade a Toronto nel supermercato Feed it Forward, il primo del Nord America ad adottare questo approccio. In Italia esistono gli Empori Solidali, oggi più di 60, di cui 20 nella sola Emilia Romagna, dove, ad esempio, la spesa si paga mediante appositi punti assegnati in base ad alcuni requisiti tra cui l’Isee.

In un momento in cui l’agenda politica si dedica alla riorganizzazione dei punti vendita della grande distribuzione discutendone la chiusura domenicale, non sarebbe inopportuno riportare l’attenzione su chi invece già si muove verso uno sviluppo davvero sostenibile e davvero solidale.

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