donald-trumpOra che è stato eletto, possiamo e dobbiamo chiedercelo, cercando una risposta: cosa pensa Donald Trump della legalizzazione della cannabis, e più in generale, della guerra alla droga? Gli Usa sono stati per decenni la guida del proibizionismo, imposto per loro volere in tutto il mondo, ed ora sono anche il paese a partire dal quale sta nascendo una svolta, resa ancor più impetuosa dagli ultimi referendum, con i quali otto nuovi stati hanno avviato la legalizzazione.

Un percorso che fino ad ora è nato dagli stati locali, a partire da Colorado e Washington, e che Obama si era limitato a non ostacolare, con qualche vaga dichiarazione di appoggio. Ci possiamo aspettare da Trump lo stesso atteggiamento “lassista”, un’apertura maggiore o, al contrario, una nuova stretta proibizionista?

Come su molti altri temi, ha un atteggiamento ondivago e contorto sulla cannabis e non è facile estrapolare un suo pensiero sul tema. Trump per lungo tempo è stato considerato un repubblicano liberista e libertario, cioè favorevole a lasciare operare il business senza troppi ostacoli statali. Infatti, nel 1990, affermò: «stiamo perdendo la guerra alla droga e l’unico modo per vincerla è legalizzarla per portare il profitto lontano dai criminali».

Tuttavia, come candidato alla casa bianca,  Trump non ha più osato tanto. Ha affermato di sostenere la legalizzazione a fini medici e che i singoli stati devono essere liberi di fare le proprie politiche sulla cannabis, tuttavia si è anche espresso con scetticismo sulla esperienza del Colorado, affermando che «tutti i pusher d’America ora vanno lì a rifornirsi legalmente per rivendere nel resto del paese» ed anche di essere convinto che la legalizzazione sta provocando «problemi al cervello e alla mente delle persone».

Ad oggi, la non ingerenza del governo federale nelle legislazioni locali sulla cannabis si basa sul “Mamorandum Cole”, rilasciato nell’agosto 2013 dal Dipartimento della Giustizia, che permette in sostanza agli stati membri di adottare la propria politica in questo settore, rispettando alcune linee guida. Ma la legge federale continua a classificare la cannabis come una droga illegale da perseguire al pari dell’eroina. Per questo se il nuovo presidente volesse riportare indietro le lancette dell’orologio e vietare le legalizzazioni potrebbe teoricamente farlo.

Qualcosa in più si capirà dalle persone che Trump si metterà attorno. Tra i Repubblicani, sul tema cannabis, esistono due differenti anime: i proibizionisti vecchio stampo, convinti che la droga vada stroncata e i drogati incarcerati, e i favorevoli alla legalizzazione in nome del business e della libertà d’impresa. Il problema è che sono soprattutto i primi ad essersi schierati apertamente con Trump e una delle preoccupazioni è che il nuovo presidente possa nominare Procuratore generale l’ex governatore del New Jersey Chris Christie o l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, due ferventi proibizionisti.

Tuttavia, la speranza degli antiproibizionisti, in ogni caso è che sia troppo tardi per farlo. L’industria della marijuana legale è ancora in fase nascente ma sempre più sviluppata. Inoltre sono ormai 8 gli stati che hanno votato per la legalizzazione, ai quali vanno aggiunti i 28 stati che hanno legiferato in favore della cannabis terapeutica.

Donald Trump è sicuramente attento a due cose in particolare: l’approvazione elettorale ed il mercato. Entrambi questi fattori spingono in favore della legalizzazione. Non per niente alcuni attori del mercato della cannabis legali hanno già affermato di essere fiduciosi sul fatto che nulla cambierà in senso negativo.

 

 





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