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Una delle prime parole che si imparano quando si viene rinchiusi in carcere è “domandina”; si tratta di un modulo che è necessario compilare per moltissime esigenze: un colloquio supplementare con i propri parenti, un’udienza col direttore, un acquisto fuori spesa, un articolo particolare non incluso nell’elenco delle merci del sopravvitto, una visita dal dentista, dall’assistente sociale, dallo psicologo, l’esigenza di avvalersi dello scrivano… Si compila il modulo e si attende che la propria richiesta venga evasa, i moduli vengono poi raccolti da una guardia e girati all’ufficio competente e spesso perdute nei meandri del disordine organizzato che generalmente governa gli istituti di pena. Quelle che arrivano a destinazione passano al vaglio di un graduato di caratura, o dalla direzione ed in seguito comunicate all’estensore con esito negativo o positivo che sia.

La mia opinione personale su questa datatissima pratica è facilmente intuibile, la inquadro in un più ampio modus operandi che affonda i suoi principi in quella che potremmo chiamare “rieducazione coatta”, in buona sostanza quando è stato pensato, per conciliare il riconoscimento dei diritti con il buon funzionamento dell’amministrazione, non si è trovato nulla di meglio che inquadrarlo così, probabilmente non a torto se contestualizzato al tempo in cui è stato varato il sistema, che tuttavia oggi, come la maggior parte delle altre norme vigenti all’interno delle strutture penitenziarie, ha un sapore anacronistico.

In verità vi sono stati sforzi per snellire un po’ il lavoro degli operatori e la permanenza dei condannati, ma si sa, il carcere che del mondo è lo specchio oscuro, come e più del mondo cambia rapidamente e le priorità di ieri vengono sopraffatte dalle emergenze di oggi, è certamente più urgente tutto ciò che ruota attorno all’integrazione degli stranieri, oggi in carcere ormai maggioranza rispetto ai nostrani rei. Non credo che vi sia buona volontà sufficiente a lenire il disagio degli uni (quelli che han le chiavi dei cancelli) e le pene degli altri (quelli che dalle chiavi degli altri vengono rinchiusi), ergo, è necessario un intervento radicale sul sistema della rieducazione e della messa al bando dei soggetti “indegni” a partecipare al civile consorzio, ma nessuno ha la soluzione in tasca e nemmeno credo la capacità per pensarla, così a chi ha la sfiga di cadere nelle maglie della giustizia non resta che un cosa: quella di “farsi la galera” come meglio può.

Ma la “domandina “ che faccio è questa: potrà reggere ancora per molto?
Alla prossima fratelli…





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