Col boom della cannabis light e il crescente uso di cannabis terapeutica che molto incuriosiscono i lettori, gli organi di stampa hanno iniziato a trattare questi temi. Non tutti i giornalisti però conoscono l’argomento e, a volte, scrivono confusi dai pregiudizi.

Questa volta, a pubblicare un articolo poco chiaro dedicato alla cannabis è Il Corriere della Sera.

L’articolo inizia sottolineando il successo, durante l’ultimo anno, di negozi dedicati alla cannabis (e citando tra l’altro, la nostra guida growshop). Per evidenziare il fenomeno, riporta i seguenti dati: «Magica Italia nel 2018 ne ha censiti 713, in aumento del 75 per cento rispetto al 2017». Prosegue riportando notizie che possono indurre a conclusioni errate chi non conosce bene l’argomento. Per fare un esempio: «Un business in continua crescita e praticamente senza regole…». In realtà in Italia il mercato dei derivati della cannabis è regolato da leggi specifiche: anche se persistono vuoti normativi, lacune e vincoli eccessivamente repressivi, le regole ci sono.

Gli alimenti di canapa che oggi vengono legalmente venduti nel nostro paese, sono prodotti dai semi e dai derivati di questi. Sono assolutamente privi di principi psicoattivi e hanno un elevato valore nutrizionale, tanto che l’olio di semi di canapa viene certificato “Prodotto salutistico” con circolare n° 0015314 del Ministero della Salute (22/05/2009). Alimentarsi regolarmente di semi di canapa e suoi derivati aiuta a prevenire l’infarto e l’ictus. Quindi, leggendo l’articolo, un esperto di settore comprende immediatamente che l’autore si sta riferendo esclusivamente ai derivati alimentari con THC commercializzati nei paesi in cui la cannabis è stata legalizzata, e quindi non commercializzati in Italia neppure dalle narcomafie. Purtroppo nell’articolo questo non è specificato, e fa sembrare a chi non è mai stato in un growshop o da un canapaio, che in essi sia possibile acquistare e mangiare space cake da sballo o altro cibo confezionato con principi attivi illegali in Italia.

L’articolo continua dando un’informazione corretta: «Si hanno reazioni diverse se la cannabis viene ingerita, rispetto a quando si fuma». L’articolo spiega grossolanamente che mangiando derivati contenenti THC, occorre aspettare più tempo per avvertire l’azione psicoattiva rispetto a quando fumiamo il classico spinello. Questo perché l’assunzione non è immediata come quando aspiriamo i vapori della cannabis, ma necessita del completamento dei processi digestivi per l’assorbimento intestinale. Se un fruitore inconsapevole, non avvertendo immediatamente l’azione psicotropa continua a mangiare alimenti contenenti THC, può rischiare un abuso.

L’articolo riporta poi alcuni dati statistici. Escluse le critiche alla forma con cui questi vengono presentati, analizzando semplicemente i dati emerge che, su 10mila pazienti arrivati al pronto soccorso per abuso di alcol e cannabis, 3 mila sono quelli che hanno abusato solo di cannabis, e 250 tra questi l’hanno assunta esclusivamente mangiandola.
L’analisi di questi dati, se attendibili, ci dice che: tra chi finisce in ospedale per aver abusato di droghe legali (in Colorado lo sono sia l’alcol sia la cannabis), solo il 30% ha assunto esclusivamente cannabis; nel restante 70% dei casi è colpa dell’alcol. Inoltre, tra tutti coloro che hanno richiesto un intervento medico per abuso di droghe legali, solo il 2,5% ha avuto problemi a causa di cibo contenente THC.

In Italia alimenti preparati con THC sono INTROVABILI, se non in cucine di appassionati grower o a casa di pazienti che ricercano metodi alternativi per assumere la propria terapia, ma nulla di tutto ciò è in vendita in negozi che esercitano legalmente la propria attività.

L’autore dell’articolo parla poi di “morti di cannabis” dichiarando espressamente: «Si tratta di casi rari d’accordo, ma in alcuni casi si trattava di morti violente perché chi abusa di questi prodotti può avere sindrome psichiche acute, imprevedibili e difficili da controllare». Attualmente non abbiamo nessun caso di morte direttamente imputabile all’uso o all’abuso di cannabis; qualunque sia il metodo di assunzione. Quindi, non sappiamo bene a cosa si riferisca l’autore dell’articolo, che oltretutto torna spesso nell’errore di confrontare i dolcetti con THC venduti negli Stati Uniti, con gli alimenti di canapa e con la cannabis light.

Per rassicurare i lettori, ripetiamo che gli alimenti venduti legalmente in Italia sono privi di THC; mentre le infiorescenze di cannabis light non sono un alimento: anche se eduli, possono essere vendute solo come prodotto tecnico. Sappiamo che è un’ipocrisia, dato che di fatto le infiorescenze di cannabis vengono “fumate”; però attualmente la legge non permette altri fini se non quello di “profumare gli ambienti”.

L’ultima parte dell’articolo mira a “informare i ragazzi”. Noi siamo perfettamente d’accordo con questo nobile scopo, e ritenendo la corretta informazione una necessità, abbiamo deciso di chiarire quanto riportato dal Corriere della Sera. Gli alimenti della cannabis legalmente venduti in Italia sono prodotti ricchi di acidi grassi polinsaturi importantissimi per il nostro metabolismo. Contengono inoltre vitamine, minerali e proteine nobili. Molte aziende straniere, ma ormai anche diverse tra quelle italiane, commercializzano infiorescenze di cannabis light per tisane; anche se le infiorescenze di canapa non sono considerate un alimento. In ogni caso l’assunzione di cannabis light attraverso tisane, o anche tramite estratti, o attraverso la combustione, non può portare a effetti psicoattivi neppure se assunta in grandi quantità, perché in essa la percentuale di CBD, inibitore degli effetti psicoattivi, è sempre superiore a quella di THC che invece li provoca.

Siamo tutti d’accordo nell’affermare che, se non per scopo terapeutico e dietro controllo medico, i minori non devono far uso di infiorescenze di cannabis, neppure se “light”. Ma questo è già garantito dalle leggi italiane. Quando nell’articolo del Corriere leggiamo: «Il THC negli alimenti non è distribuito allo stesso modo sulla superficie di un biscotto o di un pasticcino e può capitare quindi di assumere tutta la quantità presente con un morso solo» possiamo affermare con certezza che non si sta riferendo a prodotti presenti sul nostro mercato.
In Italia non si vendono biscotti farciti con cannabinoidi psicoattivi e, per scoprirlo, basta entrare in un growshop qualsiasi e leggere gli ingredienti del cibo che vende.
L’articolo si chiude avvertendo che può esser pericoloso per i giovani normalizzare il consumo dei derivati della cannabis in quanto potrebbe indurli a provare. Si continua a voler applicare la “disapprovazione sociale”, ma i dati dimostrano esattamente l’opposto: informare i giovani correttamente e normalizzare la cannabis, elimina in loro la curiosità di provarla in età adolescenziale. In tanti paesi del mondo dove la cannabis è legale, il consumo tra i giovani è calato perché vengono educati al consumo responsabile e ad attendere la maggiore età per usufruirne. Esattamente come si fa col vino e con la birra e tutte le altre droghe legali.

E’ incredibile come i mass media italiani continuino a divulgare impunemente vere e proprie bufale sul tema, nonostante siano ormai diversi anni che le smontiamo sistematicamente (mettendoli sempre al corrente).

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