Editoriali e contenuti

Dolce Vita 34 – Maggio/Giugno 2011

2014-07-14 02.18.04 pmDa Leonardo da Vinci a Tino Faussone, l’eroico operaio specializzato dei racconti di Primo Levi, l’italiano all’estero ha sempre avuto successo. E tuttora è così. Che decida di emigrare o che vi sia costretto, che faccia lo stilista o il cuoco, il minatore o l’architetto, non c’è italiano all’estero che non eccella in un modo o nell’altro nella sua professione. Gli esempi sono innumerevoli, e noti a tutti. Si potrà osservare che molti giovani, più o meno di talento (e spesso di grande talento), resterebbero volentieri in Italia, e se vanno all’estero è perché il nostro paese non è in grado di offrir loro nulla, sprecando così le risorse che ha investito per formarli e ipotecando seriamente il futuro di tutti. Ma questo è un problema dell’Italia, non degli italiani che se ne vanno.

È infatti evidente, e dimostrato in modo incontrovertibile dai fatti, dalla storia e dall’esperienza di ciascuno di noi, che senza l’Italia gli italiani stanno meglio, funzionano meglio, lavorano meglio e quasi sempre guadagnano di più.

Bisognerebbe dunque emigrare, o spingere i nostri figli a farlo creandone le condizioni, per esempio invogliandoli a completare gli studi all’estero. Non è una soluzione alla portata di tutti, e certo non sarebbe praticabile da sessanta milioni di italiani. Del resto, esistono soltanto soluzioni individuali, e ciascuno è responsabile di quella che si è scelta. Mettere in salvo i propri figli, in ogni caso, richiede sempre un sacrificio.

Un’alternativa praticabile all’emigrazione volontaria o forzosa è l’esilio interno. Se non possiamo lasciarci l’Italia alle nostre spalle, possiamo però allontanarla il più possibile dalla nostra vita quotidiana, riducendo drasticamente l’impatto, doloroso quanto inconcludente, con la burocratica inefficienza generalizzata che nullifica ogni sforzo e ogni speranza.

Vivere in campagna anziché in città, preferire una piccola comunità relativamente ben organizzata alla metropoli, scegliere un lavoro dipendente o precario anziché sfidare la burocrazia e il fisco per avviare un’impresa, tenersi per quanto possibile alla larga dall’istruzione e dalla sanità pubbliche, affidare i propri soldi a istituti bancari stranieri, non partecipare in alcuna forma alla vita pubblica sono altrettanti modi per limitare l’ingerenza dell’Italia nella nostra vita quotidiana e per prendere le distanze dalla sua maleodorante inefficienza.

L’Italia è finita, si salvi chi può.

(editoriale numero 34)

 





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