Dolce Vita 31 – Novembre/Dicembre 2010
L’errore è nel primo capitolo del primo libro della Bibbia: “Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra” (Genesi 1, 26).
I Greci non la pensavano così, e non la pensano così gli orientali. Soltanto il pensiero cristiano-occidentale, il pensiero che ha conquistato e che oggi domina il mondo – a dire il vero con qualche difficoltà –, stabilisce con arroganza che l’uomo è il signore e padrone degli altri animali e dell’intera natura.
Più banalmente, e finché non sbarcheranno gli alieni, la specie Homo sapiens sapiens è in cima alla catena alimentare: mangiamo tutto e nessuno ci mangia (sempreché, s’intende, non si vada a passeggio per la savana): e questo fatto, naturalmente, ci dà qualche vantaggio e qualche privilegio in più.
Oltre alla forza e alla sua estensione moderna, la tecnologia, abbiamo però anche un cervello, che di tanto in tanto si mette a funzionare. E il cervello – la ragione, l’anima, la mente, il cuore o come altrimenti ci piace chiamarlo – ci suggerisce che il mondo non è nostro, non ci appartiene. Non siamo affatto i padroni: siamo ospiti destinati prima o poi, come del resto il pianeta che ci accoglie, a dissolversi e a scomparire, tanto quanto lo sono le zanzare, il colera o i miei gatti.
Pensare e agire non da padroni, ma da ospiti, presenta molti vantaggi. Il primo è che possiamo smetterla, una volta per tutte, di preoccuparci del pianeta. Non è un paradosso. Il rovesciamento simmetrico (e concettualmente identico) dello sfruttamento indiscriminato dell’ambiente, delle piante e degli animali è pensare che il destino della Terra sia nelle nostre mani, e che il nostro compito sia salvarla. Non è affatto così: anche in questo dobbiamo smettere di essere cristiani e di considerarci il centro dell’universo.
La Terra sta qui da quattro o cinque miliardi di anni, e ne ha davanti a sé più o meno altrettanti. Cent’anni di automobili, o duecento di industrie, o duemila di disboscamenti non valgono più di un moscerino che si posa sull’Everest: difficilmente riuscirà a spianarlo. Rendersi conto delle proporzioni, e della propria insignificanza nello spazio e nel tempo, è il primo passo per costruire un rapporto corretto con la natura. Naturalmente ciò non significa che si debba inquinare, avvelenare, uccidere. Al contrario: la consapevolezza ci aiuta a comportarci meglio, perché affida interamente a noi la responsabilità di scegliere un certo comportamento anziché un altro. Non abbiamo nessun pianeta da salvare: abbiamo però una coscienza da rispettare – la nostra. E un beneficiario che non possiamo deludere – noi stessi.
Vivere bene con la natura significa vivere bene con me stesso, perché tra di noi non c’è alcuna differenza né separazione. Condividiamo gli stessi atomi e respiriamo la stessa aria. È per questo che proviamo piacere quando giochiamo con un cane o passeggiamo per un prato o guardiamo un paesaggio o accompagniamo una mosca alla finestra anziché schiacciarla con un giornale. Proviamo piacere perché siamo la stessa cosa, io e il cane e il prato e il tramonto e la mosca.
(editoriale numero 31)