Editoriali e contenuti

Dolce Vita 26 – Gennaio/Febbraio 2010

2014-10-17 03.15.22 pmLa Rivoluzione francese era stata fatta tredici anni prima in America; il Sessantotto europeo era nato quattro anni prima in California. Gli Stati Uniti nascono in virtù di una frattura violenta con l’ancien régime aristocratico che imprigionava l’Europa: ed è su questa frattura democratica che costruiscono la propria identità nazionale. L’America è il luogo in cui ciascuno può tentare la propria sorte, confidando nelle proprie capacità, proprio perché è alternativo all’Europa delle classi e delle caste, delle parentele e delle raccomandazioni: nel Settecento proprio come oggi.

Siamo abituati, noi europei, a considerare la democrazia come articolazione del consenso e tutela collettiva; per un americano, la democrazia coincide con la libertà individuale, e un ordinamento è tanto più democratico, quanto meno si occupa di me. È per questo che l’America è sempre un passo avanti. Per quanto possano svilupparsi contromovimenti reazionari, di censura, di controllo morale (come peraltro spesso è accaduto nella storia americana), prima o poi spunta di nuovo il principio originario, la radice inestirpabile di quel Paese e di quella cultura: l’individualismo.

L’individualismo americano s’incardina su un principio e una considerazione. Il principio è quello scritto da Thomas Jefferson nella Dichiarazione d’indipendenza: fra i diritti inalienabili dell’uomo c’è anche quello del perseguimento della felicità. La considerazione che ne discende è semplice: per perseguire la felicità, che è per definizione individuale e personale, è giusto che io possa fare tutto ciò che voglio, purché non danneggi o limiti l’eguale diritto di tutti gli altri a perseguire la propria felicità. Per esempio, posso coltivare e fumare la mia erba senza dar fastidio a nessuno, senza travolgere i principi morali della società, e senza per questo essere considerato un malato o un eversore.

Non dobbiamo dunque stupirci se è dall’America di Obama che vengono oggi i segnali più promettenti in tema di antiproibizionismo (come, del resto, sui diritti degli omosessuali e sulla libertà di ricerca scientifica). Del resto, non si tratta di una novità assoluta: la marijuana terapeutica è una realtà diffusa e accettata in molti Stati, e il successo di serie televisive come “Weeds” dimostra un buon grado di tolleranza sociale. Il fiume carsico di questi anni potrebbe finalmente emergere alla luce, con conseguenze importanti sull’Europa, oggi invece tendente alla risacca proibizionista. Buon 2010, Mister President!

(editoriale numero 26)





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