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Quella di Django Reinhardt è una figura avvolta da un velo di leggenda per chiunque si sia accostato ed ami la musica jazz. Attraverso la sua chitarra passava qualcosa in più del semplice talento di un virtuoso, in quelle cascate di note, in quelle corse a precipizio dietro lo swing si potevano trovare le tracce di una libertà e di una spontaneità quali raramente ci è dato ascoltare e che certamente derivavano dalla straordinaria storia di quest’artista.

Innanzitutto dobbiamo sapere che Django Reinhardt era di origini zingare, precisamente un manouche (uno dei tanti rami di cui si compone il popolo rom), nacque in Belgio a Liberchies nel 1910 dove era stanziata la sua famiglia, composta in gran parte da musicisti ambulanti. Fin dalla più tenera età inizia ad avvicinarsi alla musica (che rimane sempre una costante nella sua vita, come in quella di gran parte del suo popolo) suonando il banjo e guadagnandosi subito l’ammirazione sconfinata di tutti i suoi compagni, folgorati dal talento di quest’enfant prodige.

Presto Django si sposta a Parigi, in uno dei più grandi accampamenti zingari di tutta Europa, e qui dà ulteriormente prova delle sue capacità esibendosi (con eccelsi musicisti rimasti poi nell’ombra) in quell’affascinante serie di locali malfamati in periferia, in cui si andava per bere ed ascoltare il valse musette, un genere allora in pieno fermento e del quale sono difficili da ricostruire tanto il fervore creativo quanto i tratti pittoreschi dei personaggi che lo hanno animato, spesso musicisti di strada che raramente hanno avuto modo di registrare su vinile le loro creazioni e dei quali dunque non rimangono che le leggende.

Django seppe inserirsi in questo ambiente con tutta la forza della sua carica innovativa, iniziò ad essere richiestissimo dai locali e dai direttori delle varie orchestre, tra cui (leggenda vuole) Jack Hylton, un mediocre ma al tempo famoso direttore, che venne ad ascoltare Django al dancing La Java e gli propose un ricco contratto, proprio la notte in cui la vita di Django stava per cambiare: era il 2 novembre 1928. Quella notte, finito di suonare, Django rientrò alle fortifications, presso la sua roulotte che sembra fosse ingombra di fiori artificiali di carta per la festa di Ognissanti; una candela accesa dalla moglie, cadde per terra e in pochi attimi Django fu avvolto dalle fiamme e seppure gravemente ustionato, riuscì a salvarsi. Portato all’ospedale i medici consigliano l’amputazione della gamba destra e soprattutto della mano sinistra, soluzione che venne rifiutata con decisione dal manouche; da qui ha il via un’autoriabilitazione durata anni, condotta con tale forza di volontà che non solo Django riuscirà a guarire dalle ferite evitando l’amputazione, ma addirittura ricomincerà a suonare, sebbene due dita della mano sinistra (mignolo e anulare) siano ormai inservibili.

Dal banjo passò alla chitarra proprio in virtù della maggiore morbidezza delle sue corde, trovando così lo strumento con il quale sarebbe passato alla storia. Una volta guarito Django incontra il jazz, la musica che avrebbe dato nuova linfa alla sua musica e nella quale egli stesso avrebbe lasciato un’impronta profondissima grazie alle sue melodie gitane. Già da tempo gli echi dello swing, che in America furoreggiava, erano giunti in Francia, e Django aveva trovato un suo ruolo come accompagnatore di vari cantanti, posizione che si addiceva al musicista quand’esso veniva lasciato libero di far fiorire il suo estro nei controcanti alla chitarra.

La svolta arrivò con la formazione del quintette e l’incontro tra Django e il violinista Stephan Grappelli, era il sogno di una vita coronato, la nascita di una sua formazione a corde, “Le quintette du hot club de france”, tre chitarre (tra le quali quella di Baro Ferret e di Joseph Reinhardt), un contrabbasso e Grappelli al violino (quale maestria!). In realtà per i primi tempi il quintetto fu più un’orchestra che un gruppo, nel senso che comunque i vari componenti lavoravano generalmente anche per conto proprio e fu solo nel 1935 che ebbero un contratto regolare anche se nel frattempo si moltiplicarono le collaborazioni con altri musicisti tra cui vari jazzisti americani come Benny Carter, Coleman Hawkins e altri ancora.

Si arriva così al 1937, anno dell’esposizione universale di Parigi, che garantì a Django una cospicua serie di incontri fruttuosi, la fama del suo gruppo si allargava oltre i ristretti confini della capitale e della Francia stessa, e nel 1938 riscuoteva un grandioso successo con concerti a Londra. Questo clima incantato si sarebbe presto spezzato con l’inizio delle ostilità, Django è appena arrivato a Parigi al momento della dichiarazione di guerra alla Germania, ma nonostante questo il jazz non accennò a mettersi da parte, anche se l’arrivo dei tedeschi determinò una consistente fuga all’estero, Django dal canto suo rimise in piedi la formazione ma il suo carattere volubile e la sua ricchezza musicale resero talvolta difficili i rapporti con gli altri componenti e il chitarrista è portato a spostarsi parecchio: viaggia infatti in pochi anni tra Parigi, il Belgio ed Algeri.

A Parigi Django non sembra considerare troppo attentamente i rischi legati all’occupazione nazista, e continuò a suonare tranquillamente oltre ad intraprendere la carriera secondaria di pittore, che prese sempre più spazio nella sua vita fino a quasi oscurare la passione musicale, al punto che per anni non prese più in mano (non ufficialmente almeno…) la chitarra.
Non si capisce bene cosa abbia spinto Django verso la pittura, fatto sta che gli anni tra il 48 e il 50 furono di passaggio in cui la voglia di nomadismo tornò potente nella mente del nostro manouche, e la sua mano ci regalò dipinti magnifici che meritano di essere ricordati e che ci aiutano a comprendere meglio anche la sua musica.

Negli ultimi anni della sua vita Django Reinhardt affittò una piccola casa in riva alla Senna e condusse un’esistenza semplice e ritirata, dipingendo tele di nature morte, ricorda Yves Salgues: “…la chitarra era triste, sola soletta, infelice. Non serviva più a niente, era un oggetto senza vita. Il più grande chitarrista del mondo ebbe così, per tre anni, un esistenza benedetta da vicecapo stazione in pensione. Era così felice che niente e nessuno riuscì a distoglierlo dalla sua felicità.”

Django Reinhardt morì a quarantatre anni, il 16 maggio del 1953, ma non morì tutta la sua opera, e nello scrivere questa piccola biografia di quello che è per me la migliore cosa ch’io possa ascoltare mi rendo conto che non c’è modo di capire questa figura incredibile. Ci si può soltanto abbandonare, farsi rapire dalla sua musica. Provateci.

fonte: “Django Reinhardt, il gigante del jazz tzigano” di Alain Antonietto, Francois Billard
a cura di Giampaolo Berti

 





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