dj uncino

È uno dei pochissimi, se non l’unico DJ superstite della prima ondata di Hip Hop napoletano. Attivo infatti dal 1995, DJ Uncino è sopravvissuto a tutte le ere del movimento e si è fatto riconoscere come entità imprescindibile del djing e del clubbing campano. Dopo la partecipazione su decine di dischi in veste di DJ, nel 2013 si cimentò come producer nel breve EP «Real Hip Hop», che vantava le collaborazioni di Clementino, Polo, ShaOne e Sangue Mostro, tra gli altri. Ora sta invece arrivando il primo disco ufficiale da beatmaker: in «Galleon» Uncino si è messo al timone di una flotta straordinaria di mc’s e cantanti campani, dai pionieri passando alle nuove leve, riuscendo nell’intento di creare un documento del rap a Napoli e dintorni – una città con una cultura Hip Hop ormai trentennale. L’intervista.

Venti anni di carriera nel djing e nel clubbing, con un passato da writer. Come nasce per DJ Uncino la necessità di fare un disco da producer?

Quella della produzione non è una passione recente, infatti già da tempo mi cimentavo con i beats. Negli anni, però, mi sono sempre più concentrato sul djing e lo scratch, ma anche sul writing, dunque ho un po’ messo da parte il beatmaking. È nato dentro di me spontaneamente, anche come esigenza di mettere a terra un loop, di fare digging, di cercare il sample da campionare. Poi, sinceramente, vedevo la mancanza di una figura come il DJ a Napoli…

In che senso?

Escludendo la disciplina beatmaking, quindi parlando proprio della disciplina djing, i DJ storici che mi hanno preceduto, tipo Lesto o Drago per intenderci, per una serie di motivi si sono allontanati dall’Hip Hop; i più giovani, tipo Reka, Fakser, Snatch e Pijei sono dei mostri di scratch, sono i numeri uno nel campo: io però penso a DJ come Premier o Babu che passano break beat nei club, fanno le battle, producono basi, si sbattono per la propria città. È impossibile che dopo più di trenta anni di cultura Hip Hop in Campania non ci fosse un DJ in grado di creare un album con tutta la scena del posto.

In effetti è sempre mancato un progetto del genere.

Ci sono state alcune eccezioni. Penso in particolare a DJ 2Mani, che per primo mise assieme tanti rapper campani; ecco, lui era un DJ e non un producer. Anche DJ Murano ha fatto un lavoro con artisti del patrimonio Hip Hop campano. Io ho anche fatto parte di questi progetti, ma noto che suonavano come compilation, non come dischi…

Come invece «60 Hz» di Shocca, ad esempio?

Esatto! Buona parte dei pezzi di quel progetto sono diventati hit vere e proprie. Penso anche a «The Piece Maker» di Tony Touch come esempio di album di un producer.

Quindi «Galleon» nasce anche dall’esigenza di colmare questa lacuna?

Sì, ma non solo.  Ho cercato di prendere l’élite dell’Hip Hop campano, con l’eccezione di due-tre rappresentanze che avrei voluto ci fossero, ma che non siamo riusciti a combinare, tipo Funky Pushertz oppure Ntò e Luchè. Con queste partecipazioni avrei proprio completato l’opera. «Galleon» nasce dunque soprattutto dall’ambizione di DJ Uncino: mi sono messo alla prova, per me è un campo nuovo, questo è il primo step.

“Real Hip Hop EP” del 2013 è stato però il primo passo.

Lì mi sono già cimentato da producer; quello fu un concept EP, i brani rappresentavano ognuna delle discipline della cultura Hip Hop. Mi diede molte soddisfazioni, non lo nego. Il concetto di base di «Galleon» era quello di mettere insieme il rap campano in un disco di spessore, prodotto da una testa.

Una testa che è riuscita a metterne insieme tantissime altre.

Tantissime teste e tantissimi colori. In «Galleon» c’è un filo conduttore, si sente che c’è un digging funk; ci sono dei memorial, dei tributi ad una parte della parte bella di Napoli (Pino Daniele, Mario Merola, i briganti); ci sono cose suonate, ricercate. C’è l’élite del mainstream campano, l’élite della foundation, passando per gli emergenti. Tra rapper e cantanti ci sono quaranta interpreti: io credo che nessuno somigli all’altro, ci sono quaranta stili diversi. E questa è una grande peculiarità della scena campana.

Dunque hai cercato di rappresentare al meglio l’Hip Hop campano.

Credo che la storia la scrivano quelli al nord. Nessuno aveva provato a scrivere un pezzo di storia così a Napoli. Abbiamo avuto anche il merito di creare il primo cypher cittadino con Ammontone, per primo ho fatto Scratch Video Set, la routine di scratch con i visual, per primo ho mixato dieci minuti di brani del disco nel video teaser. Cerco di essere sempre innovativo! Per me «Galleon» è un contenitore reale con dentro l’élite di quaranta anni di Hip Hop in Campania. È un documento.

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Il video teaser con tutte le tracce di «Galleon»

Come hai dato l’input per generare un disco e non un mixtape?

Innanzitutto, spesso ho dato l’input per la tematica del brano, o addirittura del titolo, come nel caso di “Children of the ghetto” dei Fuossera, che ha lo stesso titolo del sample di Philip Bailey. Man mano che mi arrivavano i brani avvertivo chi mancava, così da evitare che i temi si sovrapponessero, fossero uguali tra di loro. Poi ho chiesto che nessuno facesse la classica citazione tipo «sul beat di DJ Uncino»; inoltre ho chiesto che tutti dessero il massimo, come se fosse il miglior pezzo della carriera di ognuno.

Direttore artistico, più che producer.

È così! Credo che nulla vada dato per scontato, anche le chiusure dei brani non sono lasciate al caso. Io esordisco ora come beatmaker, ma alle spalle comunque ho quattro-cinque dischi; da lavori come “Cuo-rap” dei Sangue Mostro, “Nuie/Vuie” dei Ganjafarm, o il vecchio “Co carrettin’” con Oluwong, ho capito come si costruisce un disco.

Un esordio ufficiale abbastanza ambizioso, quanto difficile da mettere in piedi?

Considera che ho iniziato a mandare beat tra ottobre e novembre 2014. A marzo 2015 ho iniziato le registrazioni e a giugno avevo già completato le 20 tracce. Non è stato semplice, ma nemmeno difficile: penso di essere stato abbastanza metodico e meticoloso.

C’è un brano cui più sei legato nell’album?

Non c’è un brano cui sono legato più di ogni altro; però c’è una traccia che mi ha emozionato al primo ascolto, ed è proprio “Children of the ghetto” dei Fuossera. Loro vengono dal mio stesso periodo e sono legati a quel tipo di suono: nonostante negli ultimi tempi abbiano fatto qualcosa di diverso, mi è piaciuto un sacco come sono andati su quella produzione.

Avresti potuto fare un disco del genere, chessò, dieci anni fa, in una scena completamente diversa?

Non so, non credo. Un tempo c’era l’appartenenza alle crew; se tu eri affiliato ad una crew non te ne fotteva di quello che girava intorno. Io ho iniziato nel 1995 e mi anticipa una sola decade di Hip Hop a Napoli: io mi inchino quando incontro gente che c’è da prima di me, c’è un rispetto immenso nei loro confronti. Oggi le dinamiche sono cambiate, i social le hanno influenzate tanto: credo manchi un po’ il rispetto e la riconoscenza verso chi ti ha preceduto, da parte dei più giovani. In linea generale manca la conoscenza della cultura Hip Hop.

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Il primo video estratto da «Galleon»,
dal brano «Lordz of the Underground» feat. Ganjafarm Cru

Quanto ti ha influenzato il panorama beatmaking italiano, ma anche internazionale del momento?

Non ho trovato esigenza di riferirmi alle tendenze di oggi, seppure qualcosa mi piaccia. Non riuscirei a produrre in quella direzione, forse proprio perché sono un emergente e ho ancora una visuale limited del concetto di producer. Ho avuto solo l’esigenza di fare buona musica; molte cose sono suonate in «Galleon», ma il concetto di partenza è il sample, la puntina sul vinile.

Il livello è molto alto anche per la questione tecnica, con mixaggi e masterizzazioni di altissimo rango anche dalle nostre parti.

È un po’ come Premier con il suo ingegnere del suono: lui gli dà il beat e l’engineer lo fa suonare. Così io metto a terra il beat, con la struttura e tutto, e Oluwong caccia fuori la pompata finale, dandomi spesso dei consigli su come una produzione possa suonare meglio. Ecco, lui è il mio engineer, io non saprei dove mettere le mani.

Domenica 24 aprile ci sarà la presentazione ufficiale di «Galleon», nella centralissima Piazza del Gesù di Napoli. Spiegaci un po’ perché pare che se ne vedranno delle belle.

Sarà una giornata piena di Hip Hop a partire dalle 17; ci saranno writers storici di Napoli come Zeus40, Pencil e Koso che continueranno poi l’opera durante il live. Ci sarà una freestyle battle, la tappa arancio della rassegna Moment of truth; in seguito dj set con un free floor per i breaker. Un firmacopie con cento dischi in anteprima esclusiva («Galleon» sarà disponibile dal 26 Aprile ndr); alle 21 comincia il warm up e dalle 22 il live vero e proprio: tutti gli ospiti canteranno il proprio brano sul disco e un classico – tipo “Odissea” de La Famiglia, “Sabt a Napl” di Ozì, Ekspo e Clementino e così via. I punti cardine dell’Hip Hop campano. Alla fine un cypher con tutti i rapper sul beat di “Amici” de La Famiglia.

Bomba! Ci vediamo là!

Sta arrivando il «Galleon»!!





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