Morire non è per tutti la stessa cosa. E non lo è nemmeno un funerale. Perché anche la morte può diventare un fatto politico. E questo ce l’ha insegnato il Coronavirus: se ricevere una sepoltura era per tanti un qualcosa di scontato, ai tempi della pandemia non lo è più. Ciò che ieri appariva come un diritto tutto sommato scontato, ricevere un funerale per l’appunto, oggi appare più come un fatto di sicurezza nazionale: se c’è l’epidemia, anche un funerale può diventare pericoloso. Questa è la narrazione dominante. Eppure, per parecchia gente, un funerale non è mai stato un vero e proprio diritto. E nemmeno qualcosa di scontato. Perché ricevere un funerale, o più semplicemente una degna sepoltura, è per tanti una vera e propria lotta.

È il caso di alcune comunità musulmane della provincia di Milano, come quella di Magenta. Qui il numero dei fedeli musulmani è di un certo rilievo: poco più di mille e cinquecento persone. Per loro, essere sepolti in un cimitero comunale, in Italia, lì dove risiedono ormai da decenni, o addirittura dove sono nati e cresciuti, non è scontato. Tutt’altro. E non è scontato perché, prima di tutto, un cimitero non ce l’hanno. Da qui una domanda: se sei musulmano, dove vieni seppellito? Sarà pure scontata, la domanda. Eppure suona come legittima. Perché se visiti un cimitero italiano, uno qualsiasi, non ti capita spesso di scorgere tra le lapidi un musulmano.

C’è da capire, allora. Per questo ho incontrato Munib Asfaq. Lui è uno di quei musulmani che a Magenta ha messo in piedi l’Associazione Moschea Abu Bakar, nel 2019. Un’associazione che vuole dare voce agli stranieri di fede islamica su quel territorio. Una voce che reclama il diritto a possedere una moschea per pregare e un cimitero per morire. Dunque gliela faccio, quella domanda: dove viene seppellito un musulmano, quando chiude per sempre gli occhi? La risposta è ovvia, almeno per lui: “Se avessimo un cimitero, o un semplice spazio, verrebbe seppellito proprio lì”. Perché in fondo la legge italiana è chiara quando afferma che i Comuni “possono prevedere reparti speciali e separati per la sepoltura di cadaveri di persone professanti un culto diverso da quello cattolico” (Regolamento di polizia mortuaria, capo XX, articolo 100). Dietro l’ironia di Munib c’è però un vero e proprio problema, che a tanti fedeli di questa religione tocca di affrontare ogni volta che vengono sorpresi da un lutto. Perché se sei musulmano, oppure lo è la tua famiglia, quando vieni a mancare, devi essere messo sotto terra con la testa in direzione della Mecca, la città sacra. È il rito musulmano che lo prevede. Qibla si chiama, questa particolare direzione. Da qui l’ostilità di tante Amministrazioni locali in tutta Italia, da destra a sinistra, alle richieste delle comunità musulmane: il rito è incompatibile con la concessione degli spazi. Altre volte le Amministrazioni, semplicemente, affermano che di spazi da dedicare proprio non ce ne sono.

Quando uno di noi muore iniziano subito i giorni difficili. Non solo per il lutto. Sono difficili anche per la burocrazia e per i costi” mi racconta Munib. “Non essendoci sul territorio un cimitero, e nemmeno uno spazio adibito per la nostra fede, siamo costretti a trasferire il nostro defunto nel paese di origine, in Pakistan o in Bangladesh. Là riceverà una sepoltura secondo il rito musulmano. Questo trasferimento arriva a costare alla famiglia un qualcosa come dieci mila euro, poco più o poco meno. Quel denaro viene tirato su da tutta la comunità: le singole famiglie non possono farsi carico, da sole, di quella cifra. Desideriamo ricordare i nostri morti proprio qui, in Italia, a Magenta, dove hanno vissuto per interi decenni. Questa è diventata la nostra casa”.

È esclusivamente una questione religiosa, dunque”? mi viene da chiedere a Munib. Perché se accetti di non essere seppellito con la testa verso la Mecca, e se ti sta bene di stare là in mezzo a tutti gli altri senza il bisogno di spazi apposta per te, allora puoi essere collocato in un qualsiasi cimitero. E alla fine risparmi anche economicamente. No? “È un diritto essere seppellito secondo il rito della propria religione. Vale per me, per te e per tutti.” risponde. Dunque sì, è una questione religiosa. E non solo. È anche una questione di diritti: è la Costituzione ad affermarlo, all’articolo 19.  Eppure le conseguenze di questa situazione, risultano essere piuttosto materiali.

Perché dopo che la comunità ha fatto richiesta di uno spazio apposta per loro, l’Amministrazione comunale di Magenta ha risposto con un diniego. E così i musulmani, a loro volta, hanno risposto con un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale. Questo a luglio 2020. A settembre il tribunale si esprime a favore dell’Associazione Abu Bakar: hanno il diritto a seppellire i propri morti secondo i principii della propria fede. Lo dice la Costituzione. “In altri comuni esistono già cimiteri musulmani” mi dice Munib, cogliendomi assolutamente impreparato. “A Bruzzano, per esempio. Alcuni riescono a finire lì o in quei pochi altri cimiteri musulmani che esistono in provincia di Milano. Però è difficile. Alcuni cimiteri accettano solo residenti di quel comune”.

A Magenta i musulmani sono arrivati fino in tribunale per far valere quello che, in fondo, è un loro diritto: una sepoltura degna, in linea coi principii della propria religione. Mentre Munib racconta di ricorsi legali, burocrazia e documenti, mi accorgo che quell’integrazione di cui tanto si parla si è in effetti realizzata sotto ai nostri occhi. Perché se riesci ad appellarti a un tribunale e ottenere una sentenza favorevole, è il segno che qualcosa è accaduto. Un’integrazione, appunto.

a cura di Daniele Pascale





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