«Che fare?» è forse la domanda che ci siamo posti più di ogni altra in questi decenni di insulso proibizionismo.

Non siamo stati certo fermi a subire le ingiustizie, abbiamo invitato i consumatori a non patteggiare durante i processi a difesa della loro dignità, abbiamo fatto recapitare a tutti i parlamentari gli aggiornamenti sulla persecuzione ancora in atto nei confronti della cannabis coltivata ad uso personale, siamo riusciti in uno sforzo collettivo ad ottenere una discussione parlamentare sulla proposta di legalizzazione, abbiamo sostenuto la raccolta delle firme per una proposta di legge di iniziativa popolare, ma sistematicamente, dopo l’impulso iniziale dettato dalla spinta emotiva, tutto sembra sciogliersi chimicamente nell’indifferenza generale.

Ed ora, in pieno caos istituzionale, dobbiamo porci di nuovo questa domanda: «Che fare?».

In tutto questo bailamme ogni possibilità di proseguire su una linea coerente e costante sembra impossibile e ogni giorno è foriero di novità che ci creano non solo confusione, ma anche un fastidiosissimo senso di frustrazione. Solo fino a pochi giorni fa sembrava che i partiti più importanti nel nostro panorama politico avessero trovato un accordo per permettere ai cittadini italiani di tornare al voto in autunno e questo avrebbe voluto dire ridare una connotazione democratica al nostro potere esecutivo, ma molto probabilmente tutto il lavoro svolto fino ad ora e lo stesso Gruppo Interparlamentare costituito per proporre la legalizzazione della cannabis e che ha presentato la proposta di legge in aula, sarebbero potuti finire nel dimenticatoio legislativo e tutto si sarebbe dovuto iniziare da capo, con la nuova legislatura, per l’ennesima volta!

Ma dato che è la politica, e non la donna, ad essere «mobile qual piuma al vento», nel giro di pochi giorni tutto è cambiato, gli accordi sono saltati e sembra quindi che al voto i cittadini italiani ci andranno il prossimo anno.

Se da un lato questo conflitto istituzionale tra i partiti, continua a privarci di un governo liberamente scelto che si occupi dei problemi della collettività e non delle formulette alchemiche con cui ogni partito cerca di assicurarsi la sopravvivenza, dall’altra dà ancora una possibilità all’ormai screditato mondo politico per adempiere ad alcuni doveri nei confronti di milioni di cittadini che da anni reclamano una soluzione per risolvere i problemi relativi al biotestamento, allo jus soli, al reato di tortura, al nuovo codice antimafia, alla riforma del processo penale e chiaramente anche alla legalizzazione della cannabis, tutte leggi che attendono di essere varate da anni e che sono sempre state osteggiate da quel centro, sinistra o destra che sia, che non solo ha egemonizzato ed omogeneizzato le politiche sulla finanza, sull’economia, sul lavoro e sul welfare, ma ha anche mantenuto lo stesso ostracismo per tutte le battaglie in difesa dei diritti civili, come da sempre è stato nella cultura “centrista”.

Una riflessione che siamo in dovere di fare quando ci troveremo di fronte alle urne, ma anche un invito a quelle forze politiche che per queste battaglie si sono impegnate e che solo rivitalizzando la loro presenza per la difesa dei diritti civili, potranno continuare a trovare consenso nella scelta degli elettori.

a cura di Giancarlo Ceccone
portavoce ASCIA e CIP

 





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