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Dire no alla guerra non basta più

Lo abbiamo visto con l’Ucraina. Ci si ricorda del pacifismo quando scoppia una guerra, ma l’azione della non violenza è continua e volta a prevenire i conflitti. Come? Studiandoli, raccogliendo dati e denunciando traffici e interessi che preparano gli scontri di domani

Gente sventola la bandiera della pace

Se vuoi sapere come funziona la guerra, allora chiedilo a un pacifista. Come raccomanda “L’arte della guerra”, probabilmente il più antico testo di arte militare esistente, per combattere il tuo nemico, devi conoscerlo come le tue tasche e nessuno più di un pacifista sa più cose sull’argomento.

Nonostante lo stereotipo lo vuole zitto e buono a casa e poi, quando scoppia un conflitto armato, in piazza con la bandiera arcobaleno a protestare e invocare la pace, siamo qui per dire che l’azione della nonviolenza è soprattutto preventiva, anche se non fa chiasso.

Opera, spesso e volentieri in forma volontaria – costruendo relazioni e coltivando la solidarietà internazionale o, ad esempio, aiutando la nascita e lo sviluppo di movimenti nonviolenti anche in contesti di guerra – ma soprattutto studia, raccoglie dati, conduce inchieste e fa denunce.

Non basta dire no alla guerra perché questa cessi, né è mai successo che una manifestazione ne abbia fermato una in corso. Le radici delle guerre sono profonde e possono essere debellate solo con un ampio movimento di resistenza ed educazione alla cultura della pace che non può prescindere da capacità di studio, elaborazione e analisi delle dinamiche dei conflitti e degli interessi che li muovono, senza trascurare il flusso dell’export di armi e i mastodontici programmi di riarmo. Tutti questi dati assieme compongono un quadro assai complesso guardando il quale è possibile capire dove e quando scoppieranno nuove tensioni e perché.

Ne abbiamo parlato con Maurizio Simoncelli, vice-presidente dell’Istituto di ricerche internazionali archivio disarmo di Roma.

Il movimento pacifista sostiene la difesa non armata e nonviolenta. Cioè?
Le guerre sono sempre state presentate come risolutive delle crisi, ma non hanno ottenuto mai lo scopo finale della pace. La storia ce lo insegna, come anche le recenti avventure in Siria, Iraq, Libia e Afghanistan. La difesa nonviolenta non usa armi, né provoca minacciosamente avversari, cercando di ridurre al minimo i danni di un conflitto utilizzando tecniche, metodi e addestramenti di lotta come quelli adottati, ad esempio, in India da Gandhi per combattere l’impero britannico, che reagì anche violentemente. Vittime ce ne furono, ma il risultato finale (l’indipendenza indiana) fu ottenuta con un tributo di vite immensamente inferiore a quello che si sarebbe avuto altrimenti. Le tecniche di lotta sono le più varie. Si va dall’azione diretta e resistenza passiva allo sciopero della fame, dalla non collaborazione alla disobbedienza civile, dalla creazione di strutture di autogoverno parallele all’obiezione di coscienza, dal boicottaggio allo sciopero ecc. 

Uno schema riporta i dati del mercato globale degli armamenti dei primi 10 oaesi importatori nel mondo

Il movimento pacifista è unito o ci sono delle correnti al suo interno?
Il movimento pacifista non è un organismo politico unitario, ma è un complesso di tante realtà differenti, cattoliche e laiche, diversissime per storie, mission, strutture, diffusione locale o nazionale. Esse si occupano di cooperazione internazionale, di sostegno ai minori, di solidarietà, di ambiente, di servizio civile, di studi e ricerche. Da diversi anni all’interno di questo arcipelago immenso e variegato, spesso basato sul volontariato, si sono formate due realtà più ampie, la Rete Italiana Disarmo e la Rete Pace, da un anno confluite in un’unica, la Rete Italiana Pace e Disarmo (RIPD), di cui fanno parte organismi nazionali come l’Arci, le Acli, l’Agesci, la CGIL, Legambiente, il Movimento Nonviolento e tanti gruppi locali. Stiamo parlando di decine e decine di realtà che operano in autonomia, ma che cercano appunto di coordinarsi per le campagne comuni (disarmo nucleare, stop killer robot, spese militari, export armamenti ecc.). Altre realtà ne sono fuori, ma non è certamente un problema. La pluralità è una ricchezza, non un limite. Anzi con alcune di esse vi è comunque una positiva collaborazione già in atto da anni.  

“Un movimento per la pace fatto principalmente o esclusivamente di marce e petizioni per chiedere disarmo o condanna di certe aggressioni militari, non avrebbe grande credibilità, soprattutto se si limitasse ad invocazioni generiche di pace cui nessuno potrebbe dirsi contrario, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto”. Lo disse Alex Lager nel 1989, lei cosa ne pensa?
La RIPD intende operare con proposte politiche precise a livello italiano e internazionale. Questo approccio ha permesso di ottenere nel tempo il Bando contro le mine antipersona (1997) e le cluster bombs (2008), l’approvazione dell’Arms Trade Treaty (2013), il Bando sulle armi nucleari TPNW (2021) ecc. La semplice manifestazione di piazza con le bandiere arcobaleno è giusta e opportuna, ma non basta più. Ce lo hanno insegnato le esperienze passate.

Una ragazza offre un fiore ad un poliziotto schierato insieme ai suoi colleghiSeguendone le tracce di continuo, riuscite a prevedere dove si concentreranno i prossimi conflitti?
Basta guardare dove vanno a finire le armi e dove sono le risorse più ambite (minerarie, idriche, naturali ecc.) e lì troveremo interessi rapaci e violenti. Il mio istituto pubblicò nel 2009 un libro “La partita eurasiatica. Geopolitica della sicurezza tra Occidente e Russia” di Cristiano Orlando in cui già si indicava la pericolosità della situazione ucraina. Lo scorso anno abbiamo registrato una sessantina di aree di crisi e di conflitto nel mondo, dall’Africa all’Asia in particolare. Pensiamo al Mediterraneo orientale con la questione delle risorse energetiche delle acque cipriote, al Mar Cinese meridionale con le isole contese tra Cina e i suoi vicini, al Nord Africa e così via. Per non parlare dell’attuale situazione europea.

A che punto sono i programmi di riarmo?
Se con il termine della guerra fredda (in cui si era arrivati intorno ai 1.500 miliardi di dollari) vi è stata una riduzione delle spese militari, già alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, prima dell’attentato alle Torri Gemelle, era ripresa la loro crescita. Negli ultimi dieci anni siamo passati da 1.790 miliardi di dollari a 1.960 miliardi di dollari. L’impegno a riarmare da una parte e dall’altra è stato ed è continuo e senza sosta. Sono stati avviati programmi di armamento sempre più tecnologicamente sofisticati, come i droni (ormai diffusissimi), le armi autonome (i killer robot che utilizzano l’intelligenza artificiale per individuare e uccidere l’avversario), i missili ipersonici, nuove armi nucleari più precise e potenti ecc. Anche l’Italia si sta dotando di droni da combattimento e riceverà a breve le nuove bombe nucleari B61-12, pur avendo firmato il Trattato di Non Proliferazione nucleare.

Come vanno gli affari per chi commercia in armi?
Le prime 100 aziende mondiali (di cui 41 statunitensi) stanno incrementando i loro fatturati: 297 miliardi nel 2002, 463 nel 2010 e 531 nel 2020. In parallelo all’incremento delle spese militari sono aumentati poi i traffici di armi e munizioni, diretti soprattutto nelle aree “calde”, come il Nord Africa e il Medio Oriente, nonché verso lo spazio del Pacifico asiatico vista la tensione con la Cina. Sono una decina i maggiori esportatori di armi e munizioni nel mondo che detengono circa il 90% del mercato mondiale: USA (34%), Russia (23%), Francia (7%), Germania (6%), Cina (5%), GB (4%), Spagna (3%), Italia (3%), Israele (2%), Olanda (2%). Possiamo dire che le guerre in corso nel mondo vengono combattute quasi tutte con le forniture di questi paesi, Italia compresa, grande fornitrice dell’Egitto del dittatore al-Sisi e dell’Arabia saudita impegnata nella guerra nello Yemen.

Spesa militare secondo la metodologia Mil€xNonostante ciò, l’Italia passa spesso per un paese pacifista, com’è possibile?
Quando parliamo di traffici di armi, e in particolare dell’export italiano diretto prevalentemente verso il Nord Africa e il Medio Oriente dove sono in atto guerre e dittature, i media per lo più tacciono in nome della difesa del nostro made in Italy. 

A proposito, l’informazione che ruolo gioca nella guerra?
Ritengo che i conflitti in atto siano spesso mal raccontati o dimenticati: basta pensare a quando ci vengono spiegati semplicemente come guerre tribali. Tribale è l’aggettivo di tribù che significa gruppo di persone: è ovvio che il conflitto avviene tra due gruppi di persone, ma si dovrebbero spiegarne le cause e mi riferisco a controllo delle risorse, degli spazi o altro. Guerra tribale non spiega nulla. Ma più spesso non si dice nulla e i grandi mass media mancano gravemente al loro compito professionale.

Marcia contro la guerra in Vietnam, 1967 (foto di Marc Riboud)

A cura di Livia Mordenti

TG DV


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