Estratto da “Ora – La più grande sfida dell’umanità” di Aurelién Barrau. Per gentile concessione di  Add editore  

Una crescita esponenziale dell’utilizzo delle risorse non è sostenibile in eterno in un mondo finito. È un fatto. In fisica, definiamo questo tipo di comportamenti “instabilità”. In genere portano al crash del sistema considerato.
Consumare di meno è una necessità e costituisce la chiave di un futuro possibile per evitare il crash del sistema “Pianeta Terra”.
Certe forme di decrescita del consumo si accompagneranno necessariamente alla decrescita economica. Forse anche a meno comodità. Ma se diventa letale – e ora lo è – la  crescita economica non ha più alcun senso né interesse. Confonde il mezzo con il fine.

Un’importante questione aperta riguarda le modalità di questa decrescita: iniziativa individuale o decisione politica?
La prima versione è la più agile e la più dolce. Gli esempi sono innumerevoli: dai climatizzatori utilizzati in modo indiscriminato (e che contribuiscono al riscaldamento che tentano di combattere) agli spostamenti effettuati solo in auto, passando per la sovralimentazione a base di carne, i nostri margini di miglioramento sono enormi. L’ultimo punto, l’alimentazione, è molto interessante. Migrare verso un’alimentazione vegetariana sarebbe di grande beneficio per l’ecologia: l’industria della carne è una delle più inquinanti. Un chilo di manzo richiede 10.000 litri d’acqua, una sola caloria di carne richiede da 4 a 11 calorie vegetali, l’allevamento emette più gas serra di tutte le altre attività umane messe insieme – trasporti compresi – e nel 2050 sarà la prima causa di scarsità di cibo nel mondo. Sarebbe anche positivo per gli umani: la diminuzione del consumo di carne comporta, a livello individuale, la diminuzione delle malattie cardiovascolari, del diabete e di alcuni tumori. Se l’umanità optasse per un’alimentazione solo a base di vegetali, il tasso di mortalità diminuirebbe tra il 6 e il 10%. Inoltre, se ci alimentassimo senza carne, su scala globale potremmo nutrire molti più esseri umani (perché i cereali utilizzati per gli animali potrebbero essere destinati agli umani). Sarebbe infine ovviamente positivo per gli animali da allevamento, le cui spaventose condizioni di vita sono spesso seguite da procedure di macellazione intollerabili. In Francia, milioni di maiali – animali molto sensibili – muoiono ogni anno di panico o di maltrattamenti prima di arrivare al macello, il 99% dei conigli non conoscerà altra esistenza che quella in una piccola gabbia (senza mai eseguire il gesto elementare cui sono destinati: saltellare), l’80% dei polli non vedrà mai la luce del giorno, e così via. Uccidiamo globalmente circa 100 miliardi di animali terrestri all’anno per scopi alimentari.

Per esempio, come primo passo si potrebbe proporre un’alternativa vegetariana nelle mense scolastiche e aziendali e in tutti i ristoranti. I pasti serviti durante gli eventi pubblici e governativi diano l’esempio (vedere la carne nel menu di pranzi e cene della COP6 è davvero inaccettabile). Non dovrebbe più essere necessario ricorrere a un’alimentazione insensata. Eppure questa minima evoluzione è ancora oggi un problema.

La seconda possibilità, una decrescita “imposta”, non è irragionevole. La politica e la giustizia hanno proprio il ruolo di “interruttore” quando la responsabilità individuale non basta. Siamo tutti d’accordo che invitare a non commettere un omicidio non sia sufficiente: l’omicidio deve essere vietato. La legge ha il compito di limitare certe libertà individuali che nuocerebbero al bene comune. Così facendo, in realtà, preserva le libertà essenziali. Non è forse il momento di inserire anche gli imperativi ecologici in questo bene comune? Alcuni comportamenti irresponsabili dal punto di vista climatico – o in generale nocivi per la vita – non dovrebbero essere vietati? In parte è già così, ma in maniera molto discontinua. Non si dovrebbe fare di più, e farlo in fretta? Le imprese sono protette da una legislazione ricca e complessa: non è urgente proteggere la Terra?

Non stiamo parlando di una dittatura verde, sia chiaro! Tutt’altro. Si tratta piuttosto di dotarsi degli strumenti per evitare il peggio, di considerare il valore della vita superiore a quello del denaro, di considerarla degna di protezione. E di reimparare, in questo contesto, una libertà che non distrugga più quella Natura che, invece, la rende possibile.

È sufficiente evocare una contraddizione paradossale e quasi criminale. Non siamo liberi di torturare, di violentare, di mutilare i nostri simili. Per fortuna. Perché allora siamo liberi di distruggere il mondo e di decidere che i nostri bambini non ci potranno vivere? Di fatto, di ucciderli. È necessario difendere la nostra libertà di negare la vita?

La minuscola privazione di libertà che risulterebbe da un po’ di decenza imposta ai nostri comportamenti non sarebbe giustificata dall’immensità dei benefici? Il nostro quotidiano è naturalmente innervato da privazioni delle libertà: perché quello che è più essenziale, più vitale, più insostituibile, sfugge alla protezione della legge?

Se non facciamo qualcosa, presto non saremo più liberi di uscire di casa in estate (a 50°C, il corpo non funziona più), né di esistere. Non è una privazione più grave rispetto al piccolo sforzo con cui oggi potremmo evitare le nostre azioni più radicalmente nocive? I nostri beni sono protetti dalla legge: è accettabile che la vita non lo sia?





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