Molto è stato scritto sul tragico episodio accaduto a Lavagna, nel quale un adolescente di sedici anni ha deciso di togliersi la vita, in conseguenza del ritrovamento di un pezzetto di fumo nelle sue tasche e di una perquisizione a casa della famiglia ad opera della Guardia di Finanza avvertita dalla sua matrigna, che aveva pensato di adoperarsi per far mettere il ragazzo “dietro il cancello” in modo che ricevesse quella lezione che, secondo i suoi principi lo avrebbe “salvato” dalla droga. Vi sono tutti gli elementi delle favole più crudeli; la matrigna, che denuncia alle guardie il figliastro incompreso e Lui (R.I.P.) che si toglie la vita di conseguenza.

Ciò che mi ha lasciato basito è stato l’approccio mediatico alla vicenda, che ha etichettato la donna come “madre coraggio” e l’ha consacrata trasmettendo uno stralcio del suo discorso dal pulpito in cui si autoincensava per ciò che aveva appunto avuto il coraggio di fare, dichiarando la propria inadeguatezza, poiché ha delegato all’autorità costituita ciò che lei non era stata in grado di fare; educare il proprio figlio secondo i suoi rigidi ed indiscutibili principi, supportata da leggi che le hanno permesso di perpetrare l’abominio di denunciare il povero ragazzo per qualcosa che nei Paesi civili non è considerato un reato.
Mi chiedo se ora, a riflettori spenti, avrà il coraggio di affrontare il fantasma di colui che, come cantava De André, “all’odio e all’ignoranza ha preferito la morte”.





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