Justin Rosenstein è l’inventore del bottone Like di Facebook – funzionalità che ha fatto la fortuna della compagnia. Odia così tanto quello che ha creato da disattivare tutte le notifiche e installare un sistema di parent control sui propri dispositivi, monitorato dal proprio assistente (in carne e ossa).

Il design persuasivo dei social network e di molte applicazioni e giochi a la Candy Crash viene criticato in primis dai manager e dai creativi responsabili di quegli stessi servizi che miliardi di persone utilizzano quotidianamente. Rosenstein è convinto che sia molto comune, nella storia dell’uomo, «costruire e inventare nuove cose con le migliori intenzioni, senza rendersi conto di conseguenze negative non previste».

Persone come Rosenstein, oggi nel pieno dei loro trent’anni, sono disilluse rispetto all’adozione massiva e acritica della filosofia della connessione permanente. Temono così tanto queste conseguenze negative non previste che mandano i propri figli in esclusive scuole private dove gli smartphone sono vietati.
Tra gli storici manager che hanno reso pubbliche le proprie perplessità nei confronti del modello di funzionamento di Facebook, Chamath Palihapitiya è senza dubbio una delle voci più significative. Ha dichiarato di sentirsi incredibilmente in colpa per aver contribuito, dal 2007 al 2011, a un colosso che sta «distruggendo il tessuto sociale del mondo in cui viviamo». Secondo Palihapitiya, essere esposti ai social altera i feedback di dopamina del nostro cervello in modi non chiari e potenzialmente molto rischiosi. L’ex manager è tutt’altro che ottimista: «Dio solo sa come [i social] stanno trasformando il cervello dei nostri figli».

Sean Parker, ex-presidente di Facebook, ha dichiarato di essere un obiettore di coscienza per quanto riguarda l’utilizzo dei social network. Il modo in cui questi ultimi sono progettati, infatti, è fatto «per sfruttare a fini commerciali le vulnerabilità psicologiche degli esseri umani». In altre interviste Parker ha accostato questi meccanismi a un vero e proprio hacking sociale su scala di massa.

Come funziona l’economia dell’attenzione
Invece che adattarci alla tecnologia, come i più apocalittici si aspettavano, è stata la tecnologia che si è adattata a noi, alla nostra quotidianità e alle intrinseche debolezze che si nascondono nel funzionamento della nostra mente e del modo in cui percepiamo la realtà. Non per nulla i caschetti e i visori della realtà virtuale stentano a prendere piede. Non ci sono in giro macchine volanti e anche prodotti come gli occhiali intelligenti di Google sono stati accolti con freddezza dal mercato. Sembra che la tecnologia abbia preso una piega diversa rispetto a quello che immaginavano i futurologi. E anche i rischi connessi non sono stati compresi, almeno a dar retta ai pentiti della Silicon Valley.

Una volta chiarito il problema, dovrebbe essere più semplice risolverlo. Tutto quanto gira attorno a un concetto, tanto semplice quanto scivoloso: quello dell’economia dell’attenzione. L’attenzione di ciascun individuo è limitata ed estremamente preziosa per i creatori di app. L’attenzione è l’unico limite che blocca l’accesso infinito alle informazioni. Per fortuna ci si distrae. Attenzione e distrazione possono essere sfruttate per farci tornare compulsivamente a controllare i feed social, le mail o qualsiasi notifica che appare sui nostri telefoni. Le applicazioni più utilizzate, quelle che hanno vinto la competizione per la nostra attenzione, sono quelle che sono riuscite ad adattarsi agli utenti fin negli aspetti più intimi dell’esistenza quotidiana, creando abitudini giornaliere di utilizzo che in molti paragonano a vere e proprie dipendenze.

L’aspetto di creazione dell’abitudine non deve essere sottovalutato. Questo effetto, infatti, non è per nulla casuale, ma è esattamente quello che le aziende vogliono ottenere. Le applicazioni sono progettate fin nei minimi dettagli, testate e iterate per indurre nuove abitudini nelle persone che le utilizzano. Aggiungendo l’effetto-rete (ovvero tutte le persone che conosciamo utilizzano già un determinato servizio), la combinazione può, in effetti, diventare preoccupante. Queste strategie psicologiche che ci fanno costantemente tornare alle nostre applicazioni preferite, aumentando costantemente il tempo di permanenza, dovrebbero farci riflettere sulla gratuità di questi servizi. Quando non paghiamo per il servizio che stiamo usando, forse il prodotto siamo noi. È la nostra attenzione che rappresenta la merce che i social network vendono agli inserzionisti.

Cancellare i social network è diventato un dovere morale?
Secondo Jaron Lanier, è esattamente così. Pioniere della realtà virtuale tra fine ’80 e inizio ’90, Lanier è attualmente dipendente di Microsoft, ma non si risparmia dal ruolo di polemista, pubblicando svariati libri che criticano senza mezze misure il modello di business dei big della Silicon Valley. L’ultimo, “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social”, è stato pubblicato nel 2018 da Il Saggiatore.

Approfondendo il discorso dei critici che ho già citato, Lanier incita i suoi lettori ad abbandonare i propri account, in favore di un utilizzo meno dannoso, ma più creativo, delle tecnologie che abbiamo oggi a disposizione. Giusto per rendere più chiaro e comprensibile a tutti il suo discorso, l’autore ha stilato un vero e proprio decalogo di motivi per cui dovremmo dire Bye Bye a Facebook e compagnia bella il più presto possibile. Rivolgendosi direttamente al suo lettore, Lanier scrive:
1) Stai perdendo la libertà di scelta; 2) Abbandonare i social media è il modo più mirato per resistere alla follia dei nostri tempi; 3) I social media ti stanno facendo diventare uno stronzo; 4) I social media stanno minando la verità; 5) I social media tolgono significato a quello che dici; 6) I social media stanno distruggendo la tua capacità di provare empatia; 7) I social media ti rendono infelice; 8) I social media non vogliono che tu abbia una dignità economica; 9) I social media stanno rendendo la politica impossibile; 10) I social media ti odiano nel profondo dell’anima.

Facebook, nel bene e nel male, è stato il principale protagonista degli effetti più evidenti della tecnologia sulla società. È, infatti, il prodotto tecnologico che più velocemente ha saturato il mercato occidentale in tutta la storia. Quasi come un contagio. E se i big manager della Silicon Valley sono i primi a dubitare dell’effetto dei social sulla società, ora anche il resto della base utenti ha iniziato a rendersene conto. Dopo le interferenze russe durante le elezioni e lo scandalo di Cambridge Analytica sembra proprio che Facebook non sia più un posto cool in cui lavorare. L’umore dei dipendenti non è mai stato così basso.

Bye Bye Facebook
Razzismo e violenza possono farci ripigliare da questa ubriacatura social durata praticamente tutto il decennio? Una guerra di public relation ha investito Facebook, che dopo le numerose polemiche sulla gestione della privacy dei suoi utenti, ha combattuto favorendo la pubblicazione di articoli contro Apple e Google. La finalità era quella di instillare nel pubblico il dubbio che Facebook non fosse il solo a prendere poco seriamente la privacy degli utenti. La conseguenza è stata che anche gli utilizzatori più ingenui hanno iniziato ad avere sospetti rispetto alle buone intenzioni di Zuckerberg e co.

Abbiamo iniziato a renderci conto degli effetti negativi dei social network. Ma se nessuno è immune, i più piccoli sono esposti in misura ancora maggiore agli effetti della tecnologia. Mentre gli adolescenti trovano il modo di utilizzare gli strumenti di comunicazione secondo le proprie esigenze, spesso inventando nuove applicazioni di utilizzo, bambini e preadolescenti possono subire le scelte poco oculate dei propri genitori.

Un limite culturale degli adulti può avere ricadute su chi andrebbe maggiormente protetto. Il punto non è che la tecnologia fa male di per sé. Anzi, grazie a tutto il mondo di informazioni a disposizione di chiunque, le possibilità della società dell’informazione sono praticamente infinite. Tuttavia, ormai tutti si sono resi conte che le cose sono successe troppo velocemente: a livello collettivo (comunitario e sociale, oltre che economico) non abbiamo avuto il tempo di elaborare nuove pratiche costruttive e modelli condivisi. In questo modo, quello dell’accettazione a-critica, rischiamo così di subire i lati negativi senza riuscire a trovare nuove soluzioni, migliorando le condizioni di partenza.

Promuovere un utilizzo critico della tecnologia sembra essere l’unica soluzione. Non possiamo più tollerare di aver affidato a poche multinazionali la nostra intera vita digitale, insieme a quella dei nostri cari. Mettere i più giovani nella trincea dell’innovazione non è più accettabile. Soprattutto in un paese come l’Italia dove né la scuola né le vecchie generazioni sono riusciti a gestire la situazione. La maschera buona di Facebook è caduta o, almeno, l’utilizzo del baraccone di Zuckerberg sta passando di moda. Vedremo se verrà sostituito da un altro gigante, o se invece il pubblico si disperderà su una moltitudine di nuove applicazioni. Il gigante Facebook, con le sue propaggini Instagram e Whatsapp, non è certo l’unico attore da tener d’occhio nella nuova battaglia dell’attenzione. Speriamo di essere pronti quando si presenterà la prossima occasione in cui un novello Zuckerberg vorrà tutti nostri dati in cambio della fumosa promessa di un mondo migliore.





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