È un paese di boschi e montagne, l’Italia. Da nord a sud si trovano ovunque. Per dirla coi numeri, il 54.3 per cento del territorio italiano è montano. E più della metà dei suoi Comuni è considerato tale. Stiamo parlando di 4mila e 201 enti locali che occupano il 60 per cento di tutto il territorio nazionale. Eppure meno di un quarto della popolazione vive in questi luoghi: la gran parte abita nelle città. Perché è lì, nei centri urbani, che il mondo s’è fatto moderno. Ed è lì, nelle città, che si realizza la promessa di una vita più comoda e ricca, in cui tutto è a portata di mano. O almeno era questo l’ideale di chi, dagli anni Cinquanta, è emigrato nei grossi centri. Da qui il problema dello spopolamento delle montagne. Eppure, in questi primi anni del nuovo millennio, e col senno di poi, cosa rimane di quella promessa moderna?

Bosco del Parco del Gran Sasso © Sulli

Tornare alla montagna

Fabrizio Sulli ha trentaquattro anni e da undici vive nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Abita in una casetta immersa nel bosco sul territorio del Comune di Castelli, in provincia di Teramo. Si prende cura della natura intorno a lui, dalle piante agli animali. Pulisce la vegetazione dalla sporcizia e accompagna chi lo desidera a conoscere quel bosco che, da un decennio ormai, lo ospita. Per far fronte alle spese e agli imprevisti, Fabrizio lavora occasionalmente come operaio agricolo o giardiniere, oltre a essere una guida escursionista. Da qualche tempo insieme a lui c’è Daniela, la sua compagna. Insieme costruiscono la propria vita all’insegna del contatto con la natura, una natura che in quella promessa moderna non era di certo contemplata. Si sforzano di raggiungere un’armonia con l’ambiente che li circonda, consapevoli che quel bosco nel Gran Sasso è la casa di tante altre specie viventi.
Quella di tornare alle montagne è stata per Fabrizio una scelta. Una scelta che ha voluto raccontarmi durante una nostra chiacchierata. Perché dietro a certe scelte c’è una storia tutta da capire. «Ho sempre desiderato la natura – mi dice -. Fin da bambino ho sentito che la città mi andava stretta. Tu pensa, quando passeggiavo nel parco con la mia famiglia, mi portavo dietro una lente di ingrandimento: ero interessato alle cose della natura. È su questa tendenza che si è innestata la mia scelta di vita». Ne parlava Tiziano Terzani nei suoi libri, di quel filo sottile che tiene insieme una vita dal principio alla fine! Perché quello che si fa da grandi è come un’eco di quel che ci appassionava da piccoli. «Quando ho preso la decisione di andare nel bosco la mia famiglia era molto scettica. Loro erano figli di quella generazione che, dalle montagne, era appunto scappata nelle città. “I vecchi hanno fatto di tutto per andarsene e ora tu ritorni indietro” mi dicevano. Col tempo però lo scetticismo ha lasciato il posto all’accettazione: quando riesci a far comprendere le tue scelte, poi tutto si sistema».

La casa nel bosco © Sulli

Il bosco come atto politico

Quella di Fabrizio non è stata solo una scelta di vita. È stata anche, e soprattutto, una scelta politica. Perché decidere di vivere altrimenti è quasi sempre un atto politico, un atto che ti porta a dissociarti da tutto quello che non ti va giù della società che ti sei ritrovato ad abitare. Così, dietro a questo ritorno alla montagna, c’è la necessità di condividere un messaggio. «Se nella mia vita avessi voluto solo stare tranquillo, avrei fatto altro – mi spiega -. L’andare a vivere nel bosco ha altri obiettivi. Io desidero condividere. La nostra generazione deve porsi come ricostruttrice di un qualcosa che non c’è più. Siamo ponti verso la natura. Per questo l’obiettivo è tornare ad instaurare un legame. Semplicemente desidero un luogo in cui esista un’educazione diversa».
Quello che Fabrizio cercava era solo un’alternativa. Un’alternativa alla vita economica tipica delle città, basata sui consumi e sui profitti. Perché quando il mondo diventa un qualcosa da consumare, ti dimentichi poi di instaurarci un legame. Allora da una parte ci sei tu e, dall’altra, la natura. E da quest’ultima puoi prendere senza limiti perché ormai è come un grande estraneo a cui non devi nulla. Eppure per Fabrizio le cose non stanno così.

Prateria nel parco del Gran Sasso © Sulli

Una condivisione complessa

Natura, condivisione, comunità e vita essenziale. È questo che Fabrizio sta cercando di realizzare nel bosco del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga. È questo il fine di quel suo atto politico. Eppure non sempre il suo progetto è stato accolto positivamente. «Questo tipo di vita non è per nulla facile, anche se lo fai da più di dieci anni – mi dice -. Però mi devi credere: tutte le difficoltà incontrate fino ad oggi non sono arrivate dagli agenti atmosferici ma dalle persone. Anni fa avevo un’idea piuttosto bucolica della vita rurale. Ho dovuto ricredermi. Molte persone, non tutte, sono diffidenti verso chi fa certe scelte. Qualcuno inizia a parlare e a far circolare cattive parole nei tuoi riguardi. Tu pensa che qualcuno si riferisce a me chiamandomi “l’eremita del bosco”. Penso ci sia ancora molta ignoranza. Pensavo di trovare qualche porta aperta in più ma anche la vita rurale ha i propri limiti perché alla fine, di mezzo, ci sono sempre le persone. Dobbiamo imparare a essere più aperti». Condividere non sempre è cosa facile, soprattutto quando si insinua la diffidenza. E a sentire Fabrizio, questo è un aspetto cruciale per comprendere la sua scelta. «Ci sono tante esperienze di vita comunitaria – spiega -. Un esempio sono gli eco villaggi. Ne ho incontrati diversi. A volte mi sembravano dei rifugi per gente che scappava dalla propria vita. Non deve essere questo lo spirito, così ci si chiude ancora di più. Quello che si fa deve essere condiviso con gli altri: altrimenti è fine a se stesso. La condivisione è una necessità per tutti: solo così possiamo progredire».

Il bosco del Gran Sasso © Sulli

L’autorità che reprime

Dietro la storia di Fabrizio c’è però dell’altro: i guai con la legge. Perché vivere a contatto con la natura significa soddisfare i propri bisogni senza dipendere necessariamente da un’istituzione. E questo può essere considerato illegale dalle autorità. Così è infatti accaduto. Fabrizio, per il suo stile di vita, è stato accusato di tutta una serie di illeciti: dall’aver usato l’acqua della sorgente per nutrirsi e lavarsi all’aver costruito delle pozze che ha consentito a specie protette di riprodursi fino al possesso di due machete per uso lavorativo. È stato poi accusato di aver catturato fauna selvatica per aver salvato e accudito un cinghialetto femmina trovato agonizzante a bordo strada. «Se vuoi vivere in modo autosufficiente – mi confida Fabrizio -, vai incontro a problemi legali. Perché l’autorità reprime tutto ciò che non passa da lei. Se vuoi sistemare un rudere abbandonato nel bosco devi chiedere mille permessi e spendere davvero tanto denaro. Devi chiedere il permesso anche per pulire il bosco perché qualcuno è già pagato per farlo. Quando ho costruito il laghetto per gli anfibi, fondamentali in questo eco sistema, mi è stato detto che non potevo farlo. Penso che le attuali leggi non mettano nelle condizioni di tornare a vivere i boschi e le montagne come un tempo». E aggiunge, con una nota di rammarico: «La stessa autorità che mi osteggia per il mio volermi prendere cura del bosco, è la stessa che poi rilascia permessi per costruire a impianti sciistici e hotel dal forte impatto ambientale: sono queste le opere che uccidono questo ambiente. Non c’è l’interesse a tutelare realmente l’ambiente: l’unico interesse è guadagnarci qualcosa. Tutti questi vincoli rendono il ritorno alla natura una possibilità per gente benestante e che, più che cambiare vita, vuole continuare a fare quel che fa ma davanti a una montagna. Se queste leggi fossero retroattive dovremmo accusare anche tutti i contadini che in questi luoghi hanno vissuto per secoli».
Per questo suo stile di vita, Fabrizio dovrà comparire davanti a un giudice. «Non mi fermo – annuncia con una certa determinazione -. Ho un avvocato e proverò a difendere il mio diritto a stare qui. Questa è una battaglia che riguarda tutti e tutte, senza distinzione. Soprattutto voglio creare un precedente fondamentale per il nostro paese, affinché chiunque possa tornare alla natura. Per questo ho lanciato la mia petizione in rete e chiunque la può sottoscrivere».

Fabrizio Sulli

È una storia del nostro tempo, quella di Fabrizio Sulli. Una storia che va oltre il suo protagonista. Perché esperienze come la sua, e come parecchie altre, sono l’occasione per capire un po’ di più il nostro stile di vita. Uno stile di vita che si relaziona alla natura in termini di consumo e di risorse da sfruttare. Dietro a storie come questa c’è una consapevolezza fondamentale che vede nell’uomo il risultato delle connessioni che riesce a intrattenere. Ed è in nome di questa connessione che alcuni tornano alla montagna.





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