1984: Fabrizio De André e Dori Ghezzi visitano Vasco Rossi in carcere arrestato per droga (26 grammi di cocaina)

Girarci intorno non è esattamente la sua specialità, lo ha dimostrato in quarant’anni di canzoni, Vasco Rossi, e lo ha ribadito qualche giorno fa, nell’incontro con i fan, organizzato da Vivi Milano nella Sala Buzzati al “Corriere della Sera”, in una pausa dall’assedio di San Siro, che lo ha visto trionfare nell’impresa dei sei sold out consecutivi al Meazza, un record assoluto nella storia della musica.

Si è raccontato senza filtri, parlando in maniera molto diretta anche di canapa e legalizzazione, «l’uomo venuto in rappresentanza del mito», come ama presentarsi ai fan, che inevitabilmente tutti i giorni lo fermano per strada per un abraccio e un selfie. In una chiacchierata di un’ora circa, ha parlato della sua vita spericolata, partendo proprio dall’ultima “follia” messa in campo alla Scala del calcio e dell’idea sottesa a questo evento epocale: risollevarci insieme dalla disperazione, anche per sole due ore, con «un rito di Kom-unione e liberazione» dai contorni punk-rock.

«La disperazione è già qui, la sento proprio nell’aria, viviamo in un periodo pieno di paure, risvegliate nella gente da politici senza scrupoli. Non ho mai sopportato questa strumentalizzazione e con gli anni sempre meno, ma chi mi fa più schifo è chi specula su questo per fare degli affari politici» ha raccontato.

“Mi si escludeva”, canta il Blasco in una delle colonne portanti della sua carriera e della scaletta di questo Non Stop Live 019, «perché è una cosa che ho vissuto sulla mia pelle, la sensazione dell’esclusione. Alla fine comunque non credo di essermi mai sentito parte di qualcosa, anche nel mondo della musica».

«Non sono mai stato uno conformato», ha continuato il Kom, che la sua non omologazione, la sua unicità «nel bene e nel male», l’ha pagata un po’ sotto tutti i profili: «Mi dicevano che ero un drogato, ma non lo sono mai stato. Mi definisco un tossico indipendente. Le sostanze le ho provate tutte, perché volevo farlo, tranne l’eroina e chi dice che sono tutte uguali è un criminale. La marijuana ha anche effetti terapeutici… infatti ne faccio un uso medico (ride). Mi toccherà chiedere asilo politico in California, dove è legale, come in tutti i Paesi civili».

Vasco si era già pronunciato a chiare lettere anche sulla questione cannabis light lo scorso 31 maggio, durante la conferenza stampa alla vigilia del primo concerto a San Siro, rispondendo a una domanda sull’idea di Salvini di chiudere i negozi di cbd: «Vietare la cannabis light è una vergogna. Sapete tutti come la penso, non bisognerebbe inserirla nella lista delle sostanze proibite. Altre sostanze più pesanti sono assolutamente da vietare, ma di marijuana non è mai morto nessuno».

Può serenamente affermarlo all’alba dei sessantasette anni della sua “Vita spericolata”, della quale non rinnega nulla. «Se esistesse la pillola contro i sensi di colpa, la prenderei subito, ma se dovessi tornare indietro rifarei tutto, stessi errori, stesse passioni, stesse delusioni ed è quello che dirò nella mia prossima canzone, che sarà una confessione. Un titolo ancora non ce l’ho, però, ecco, potrei chiamarla “Ultima confessione”». Forse ce la farà sentire nel prossimo tour nei teatri questa volta, perché a Vasco non piace ripetersi e quel rapporto così speciale con il suo pubblico gli piacerebbe godersela anche in una dimensione un po’ più intima: «Negli anni le transenne si sono spostate sempre un po’ di più – ha concluso -. Per questo quella dimensione di racconto mi piace molto».





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