2015-07-16 02.15.59 pm

Fra i Zuñi del New Mexico la figura del ladro è molto rara. Il motivo risiede nel fatto che il ladro non riesce a tenere nascosti i suoi furti, perché viene sempre scoperto. Se qualcuno si azzarda a rubare qualche cosa, il derubato si rivolge allo sciamano del villaggio, il quale prepara una seduta divinatoria specifica per il caso, a base di aneglakya, la potente Datura inoxia.

Al calar del sole lo sciamano si reca a casa del derubato, gli fa bere la datura, lo rinchiude in una stanza buia e attende pazientemente nella stanza accanto. Quando gli effetti della datura si fanno sentire nella mente del derubato, questi si mette a parlare in maniera irrazionale, cimentandosi in un delirio verbale che durerà per tutta la notte. Nella stanza accanto
lo sciamano ascolta attentamente ogni parola, in attesa di udire il nome del responsabile del furto. Fra i Zuñi si ritiene che la vittima di un furto “sappia” chi lo ha derubato e la datura è utilizzata per consapevolizzare questa conoscenza, materializzandola attraverso il pronunciamento del nome del ladro.

Tutti i fuochi nella casa devono restare spenti: la luce è un nemico tradizionale delle visioni. Inoltre, questo è uno dei pochi casi in cui lo sciamano non può fumare tabacco, perché il fumo potrebbe annebbiare la “vista” del derubato, trasformando le visioni in allucinazioni, con il rischio che il derubato pronunci un nome errato.

Al sorgere del sole il delirio verbale svanisce, lasciando il posto a un vuoto di memoria. Non ricordare ciò che è accaduto durante il “viaggio” è un effetto collaterale tipico delle esperienze con datura e altre piante solanacee allucinogene. Il derubato quindi non si ricorda del nome che ha pronunciato durante la notte, ma lo sciamano si, poiché non ha bevuto la datura. Entrambi si recano quindi dalla persona che porta quel nome e lo accusano apertamente di essere il responsabile del furto. Questi, sentitosi scoperto, generalmente riconsegna la refurtiva.

Come occidentali intrisi di razionalismo, ci domandiamo se questa tecnica di indagine giudiziaria zuñi sveli il vero ladro, o non si accanisca piuttosto su un innocente. E’ questa medesima domanda che ci viene “naturale” porci ad essere intrisa del razionalismo più fanatico. Del resto, il problema della “realtà” dei poteri magici è un problema nostro e non delle società tradizionali.

La tecnica zuñi di individuazione di un ladro fa parte delle pratiche magico-divinatorie, cioè di quell’insieme di riti – diffusi in tutto il mondo – volti a “vedere” nel passato e soprattutto nel futuro. E in siffatte pratiche non potevano mancare le droghe, soprattutto gli allucinogeni, poiché la visione del passato e del futuro può avvenire solo attraverso una modifica dello stato di coscienza, una trance o una possessione.

Di solito la chiaroveggenza è una dote di persone specifiche, sciamani o indovini; ci si rivolge a loro per conoscere questioni del proprio passato o futuro e queste “vedono” per conto degli altri. Raramente – come nel caso dei furti nei villaggi zuñi – il diretto interessato partecipa attivamente nel divinizzare sulla propria vita, ad esempio nel consapevolizzare, pronunciandone il nome, chi lo ha derubato.

Non si tratta unicamente di percepire il messaggio extrasensoriale divinatorio – che già di per se non è poca cosa – bensì di interpretarlo correttamente. Vi sono casi in cui il servizio dell’indovino è completo, cioè egli medesimo fornisce l’interpretazione del messaggio extrasensoriale che ha percepito. In altri casi invece, l’indovino comunica il messaggio senza elaborarlo e spetta al cliente interpretarlo.

Ai tempi degli antichi Greci, frotte di individui si recavano a Delfi per porre alla Pizia – la profetessa oracolare – i più disparati quesiti circa la propria vita passata e futura. La Pizia rispondeva ai quesiti stando seduta su un tripode di bronzo sotto al quale venivano costantemente bruciate alcune erbe psicoattive, fra cui molto probabilmente il giusquiamo. Un altro probabile ingrediente era costituito dalle foglie dell’alloro, la pianta oracolare per eccellenza, prescelta da Apollo, la divinità patrona dell’Oracolo di Delfi. I fumi inebriavano la profetessa e la disponevano nello stato di trance adatto per “captare” e formulare verbalmente il vaticinio. La donna si reggeva sul tripode attaccandosi a due grossi anelli di bronzo. Ma sappiamo che qualche volta cadeva dal tripode e si faceva male, perché era frequentemente soggetta a crisi nervose di natura epilettoide, per causa delle eccessive inalazioni di vapori.

La giornata lavorativa della profetessa iniziava all’alba e terminava nel primo pomeriggio, senza contare gli straordinari imposti da clienti di riguardo quali re e monarchi. Tutti immancabilmente ricevevano un responso incomprensibile, il cui significato era celato dietro a un’intricata rete di complesse metafore.

A quei tempi l’industria oracolare era fiorente, riconosciuta dalle istituzioni, e si erano formate figure professionali specializzate nell’interpretazione dei vaticini oracolari. Interpretare correttamente il delirio verbale di una donna in preda a visioni sotto i fumi di solanacee allucinogene era a volte questione di vita o di morte, di libertà o di schiavitù per un intero popolo, specie nel caso in cui il re in persona domandava alla Pizia se era il caso o meno di muovere guerra contro un nemico.

In tempi ancor più lontani, i re sumeri erano noti per il loro continuo uso dello strumento divinatorio. Le scelte del luogo per la costruzione di un palazzo, del momento più opportuno per muovere guerra o del matrimonio della figlia, dipendevano dal responso oracolare. Per millenni sulla terra gli uomini più potenti furono gli indovini, coloro che decidevano le sorti dei monarchi e delle monarchie. I monarchi sumeri disponevano a corte di personale prelatizio specializzato nella formulazione e interpretazione di vaticini. I profeti di corte – i muhhûm, gli “estatici” – erano chiamati gli “incaricati dei santi segni”, e veniva loro somministrata una bevanda inebriante per ottenere i responsi. Le tavolette del palazzo reale di Mari, datate al 3000 a.C., sono piene di responsi oracolari che iniziano tutti con la frase “Ho dato da bere agli incaricati dei santi segni e ho posto loro le mie domande…”.

Queste pratiche divinatorie con droghe furono aspramente criticate dai profeti ebraici. In un paio di passi della Bibbia – generalmente sottovalutati negli studi di etnobotanica testamentaria – i profeti si scagliano contro i “falsi profeti”, accusandoli di profetizzare ubriacandosi: “Costoro barcollano per il vino, vanno fuori strada per le bevande inebrianti, s’ingannano mentre hanno visioni, dondolano quando fanno da giudici (Isaia, 28,7; vedi anche Michea, 2,11). Le visioni degli altri sono allucinazioni per se stessi, e viceversa: etnocentrismi ed egoismi comuni nella specie umana.

Il “vino” che bevevano gli indovini sumeri non era una normale bevanda fermentata a base del solo alcol; vi erano immerse potenti piante allucinogene. Una delle tavolette ritrovate a Mari contiene un riferimento a una certa birra oracolare chiamata idatum; una parola che ci riporta direttamente alla pianta didit del mondo egizio e alla duda’im del mondo ebraico, cioè ancora una volta a una solanacea allucinogena, la mandragora.

Nei deliri tropanici indotti dalle solanacee allucinogene – datura, mandragora, giusquiamo, belladonna – sembrano nascondersi accattivanti verità profetiche e di chiaroveggenza. Il problema è individuarle, sapersi muovere nell’intricato delirio percettivo distinguendo le visioni dalle allucinazioni.





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