Quello che sta succedendo oggi in America Latina, Africa, Asia è già successo prima in Europa, solo che non c’era nessuno a dirci di fermarci.

Era l’epoca dell’Impero Romano, quando le strade costruite dalle milizie conquistatrici di Cesare e altri condottieri cominciavano per la prima volta a unire regioni del continente europeo altrimenti isolate dalla folta vegetazione. L’Europa, infatti, era un’unica, grande foresta.

I suoi abitanti hanno gradualmente avuto bisogno di sempre maggiore spazio per crescere, costruire, coltivare, riprodursi, evolversi. Migliai di acri sono diventati combustibile per le attività umane che si sviluppavano sempre più rapidamente. Il progresso aveva fame, e ha divorato le foreste. A nessuno sarebbe venuto probabilmente in mente di mettere un freno a tutto ciò, ma se anche fosse successo, sarebbe stato ascoltato meno di quanto avviene oggi.

Siamo diventati miliardi, abbiamo costruito quelle che sono alcune delle nazioni più avanzate del pianeta e lo abbiamo fatto anche deforestando. Siamo il mondo occidentale, quello stesso mondo che si permette di dire ai paesi in via di sviluppo che non possono fare ciò che esso stesso ha fatto prima di loro.

È l’Occidente, infatti, che si preoccupa maggiormente per i rischi derivanti dalla deforestazione a livello globale e lo può fare perché la deforestazione che ha messo in atto nel proprio passato gli ha permesso di raggiungere uno sviluppo scientifico e tecnologico tale da rendersi conto dei danni derivanti da simili azioni. Uno sviluppo che vorrebbero raggiungere anche quei paesi che adesso, essendo più poveri, hanno più probabilità di ignorare i suddetti rischi, avidi di un miglioramento della qualità della vita da raggiungere nel minor tempo possibile.

Ecco quindi come la situazione può risultare contorta e complessa. Non a caso nella COP21 del 2015 uno dei temi principali fu proprio relativo alle foreste, viste non solo come una soluzione chiave al cambiamento climatico, ma anche allo sviluppo. Non si può prescindere, infatti, dalla necessità di raggiungere un compromesso tra questi due aspetti. Difficile pensare che una persona indigente preferisca preservare qualche albero e far morire di fame la propria famiglia, piuttosto che disboscare e creare un appezzamento di terreno coltivabile. Quello su cui si può cercare di intervenire, coadiuvando il rispetto dell’ambiente con il rispetto della persona, è la creazione di un equilibrio dettato da investimenti che portino anche all’impiego di conoscenze e tecnologie all’avanguardia per fare in modo che vi sia la sicurezza del cibo per tutti, impiegando la minore estensione possibile di territorio.

Bisogna tenere anche a mente che le coltivazioni estensive non sempre sono destinate direttamente alla produzione alimentare. In un modo o nell’altro, paesi come l’attuale Brasile di Bolsonaro, giustificano l’aumento del disboscamento, con l’interesse nazionale. Proprio in Amazzonia si sta combattendo una lotta tra le popolazioni indigene che vogliono preservare l’ambiente naturale ed i latifondisti che vi si stanno insinuando sempre più. Dietro vi sono motivazioni prettamente economiche, legate anche al mercato asiatico, grande acquirente di soia e suoi derivati.

In questa, come in altre situazioni, gli aspetti in causa sono molteplici e difficili da districare. Ci si potrebbe per esempio chiedere come mai sia stata tanto antagonizzata la coltivazione di Palme da olio, dal momento che “L’olio di palma è privo di grassi trans, considerati uno dei fattori che contribuiscono maggiormente allo sviluppo di malattie cardiovascolari. L’uso di olio di palma come sostituto dei grassi trans ha contribuito notevolmente a ridurre il consumo globale di questi grassi dannosi.

Una delle ragioni per cui l’olio di palma è diventato così popolare in tutto il mondo è la sua efficienza dal punto di vista produttivo e il conseguente relativo basso costo di produzione. Ciò si deve all’incredibile resa della palma da olio, che è dalle quattro alle dieci volte più produttive degli altri oli vegetali, nonché alla lunga durata del suo ciclo di vita (25-30 anni), il che significa che non sono necessari costosi reimpianti annuali né dissesto del suolo. La palma da olio richiede meno terreno, meno pesticidi e meno energia rispetto ad altri oli vegetali come ad esempio l’olio di soia, l’olio di girasole o l’olio di colza. Un ettaro coltivato a palma da olio produce una media di 4 tonnellate di olio all’anno. Lo stesso ettaro di colza produce 0,8 tonnellate di olio, uno di girasole 0,7 tonnellate di olio e uno di soia 0,5 tonnellate.”, come si può leggere su un semplice sito divulgativo, ma anche in numerosi studi di settore scientificamente ad alto impact factor e come è ben risaputo nell’ambiente agronomico.

Appare quindi evidente che la questione della deforestazione sia solo la punta dell’iceberg di problemi sociali ed economici molto più profondi e radicati e che pertanto anche la soluzione dovrà passare da analisi complesse e compromessi.





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