Annalisa mi viene incontro sorridente, con la sua bellissima bambina per mano che mi scruta con lo sguardo aperto e simpatico di una bambina che è davvero felice. Noto le mollette con fiori artigianali colorati che le sta sistemando in testa e mi racconta che ormai sono consumate ma che le ricordano proprio il momento in cui ha detto basta alla scuola pubblica e allo sguardo avvilito della sua bambina. Prima elementare, una festa di carnevale, la sua bimba che vuole vestirsi da Frida Kahlo e lei che le confeziona un costume e la ghirlanda di fiori da mettere in testa, come la celebre pittrice. All’arrivo a scuola, una delle maestre la guarda titubante e chiede da cosa sia mascherata. Alla risposta “Frida Kahlo”, chiede se sia un cartone animato.

Quante di queste storie ho ascoltato negli anni di vita in decrescita, incontrando famiglie che hanno fatto scelte diverse? Un’infinità, ma questa mi è rimasta nel cuore, sia per il fatto che Annalisa ha poi fondato con altri genitori una delle ormai numerose scuole parentali del nord Italia, sia perché il costume di Frida Kahlo l’ho visto ed era meraviglioso… Sia perché è proprio lo specchio di tutto quello che è purtroppo diventata la scuola italiana. È uno “stipendificio” per chi non sa come impiegare altrimenti la laurea; salvo pochi, pochissimi insegnanti lottatori indefessi che ci provano ancora a fare della scuola pubblica un luogo di cultura e apprendimento, di rispetto delle capacità del singolo. Pochissimi, davvero. Ho insegnato per qualche tempo e li ho ammirati molto, forse ne ho fatto parte, ma la rabbia per le vite distrutte di molti studenti non sono riuscita a gestirla. Vedevo continuamente ragazzi spegnersi sotto i giudizi di professori incapaci e frustrati, egomaniaci e narcisisti, e solo per una mancanza totale di controllo delle capacità di insegnamento dei docenti. Basta infatti avere una laurea, magari anche stentata e presa in vent’anni, per ritrovarsi tra le mani il futuro di altre persone, non importa se si è uno psicopatico o una persona costruttiva. In un liceo scientifico sono andata a chiedere alla dirigente cosa dovevo fare con delle classi in cui nessuno sapeva l’inglese, neanche le basi, e a cui però dovevo spiegare il teatro shakesperiano. La dirigente era già al corrente della cosa ma non poteva intervenire: la professoressa di inglese di ruolo non ne voleva sapere di andare in pensione dopo aver devastato generazioni di studenti che uscivano da lì senza saper nemmeno dire “Good morning”. L’unica speranza di tutta la scuola era che andasse in pensione. È un sistema folle.

Oggi queste carenze si notano forse meno perché non c’è più bisogno di parlare e scrivere: ci sono i test. Gli studenti vivono di crocette e test multipli, quasi nessuno gli chiede di ragionare, salvo appunto quei rarissimi casi di docenti superstiti che lottano con i mulini a vento per insegnare sul serio, per non provocare traumi agli studenti, aiutandoli invece a crescere. Per attuare in pratica quello che sarebbe il vero compito dell’insegnante, al di là del dispensare cultura in formato nozionistico.

Non stupisce allora che in Italia sia in crescita il numero delle famiglie che sceglie una forma di homeschooling o scuola parentale, che va dal far studiare i figli a casa assistiti da un genitore fino all’aprire piccole realtà scolastiche in proprio.

La scuola familiare, frequentemente ispirata dalle pedagogie di Steiner, Montessori o Munari, è riconosciuta dal MIUR, Ministero dell’Istruzione, e può coprire tutto il percorso della scuola dell’obbligo. Fondamento di tutte le scuole parentali e principio primo di queste correnti filosofico-pedagogiche, è la visione del bambino come singolo, con capacità individuali e tempi personali rispetto agli altri bambini. Il principio guida è quindi l’esatto opposto di quello della scuola statale che vuole tutti i bambini addestrati al medesimo programma con i medesimi tempi, giudicati in base a sistemi metrici discutibili e anacronistici che impongono ai bambini l’apprendimento con logiche di competizione, di vincitori e vinti. La maggior parte delle scuole che offrono un insegnamento diverso da quello tradizionale non ha bisogno di ulteriori riconoscimenti da parte del MIUR perché agisce all’interno della normativa sull’autonomia scolastica: sostanzialmente, si possono cambiare i metodi di insegnamento ma non le materie insegnate.

Sono le indagini dello stesso MIUR, attraverso gli esami a cui sono sottoposti questi bambini per valutarne l’apprendimento, a dirci che i bambini che frequentano le scuole parentali hanno una maggiore serenità, più predisposizione alla cooperazione che alla competizione, un forte spirito sociale, più capacità di concentrazione e sono molto motivati.

Spesso il problema con la scuola pubblica dipende anche dalla mancanza di continuità tra i valori e i metodi utilizzati a casa e quelli della scuola. Bambini cresciuti senza il peso del giudizio, con il ragionamento e la comunicazione non violenta, nella scuola pubblica si trovano a dover gestire la situazione opposta, ad essere giudicati per quello che teoricamente non sanno fare e a non cooperare con l’insegnante, le sue esigenze sono azzerate e deve imparare a fare cose che non lo interessano per ricevere voti che percepisce solo come giudizi pesanti sulla sua persona: un’impostazione superata da almeno cinquant’anni in quasi tutte le scuole europee. Non è raro infatti che la presa di coscienza della famiglia parta proprio dal primo anno di scuola primaria, nello scontro inevitabile con una scuola pubblica che è fossilizzata su vecchie metodologie e non tenta nemmeno di adattarsi a nuove esigenze educative che, tra l’altro, sarebbero il maggiore contributo a una società libera e cooperativa.

Aprire una scuola parentale non è difficile. Basta riunire un numero sufficiente di famiglie per stipendiare un insegnante qualificato, ricevere il supporto dei tecnici necessari (psicologi, educatori, pedagogisti ecc.) e affittare l’aula, in genere 10-15 bambini sono già sufficienti. Possono essere di diverse età, situazione che tra l’altro viene promossa da molte scuole pedagogiche e che era la realtà della scuola italiana nelle zone rurali fino al secondo dopoguerra.

Una volta trovati locali e insegnante, si dichiara al dirigente scolastico della scuola statale che dovrebbe frequentare il bambino che ci si avvarrà del diritto di scuola parentale e che la famiglia ha i requisiti tecnici (la scuola parentale istituita) ed economici (la capacità di pagarla) per farlo. I bambini poi a fine anno sosterranno l’esame di idoneità. In realtà mi capita spesso di vedere e sentire dirigenti molto interessati a queste realtà e che non si limitano a intervenire per le procedure dell’esame ma si pongono in un’ottica di collaborazione con la scuola parentale per tutto l’anno scolastico.

In genere sono i genitori fondatori a stilare delle linee guida per la scuola e molto spesso sono linee condivise con scuole di impostazione simile. Per esempio, le scuole parentali steineriane utilizzano gli insegnanti certificati Waldorf esattamente come le scuole private steineriane istituzionalizzate e c’è un continuo scambio tra di loro, di aiuto reciproco e di crescita comune. Lo stesso vale per molte scuole che adottano il metodo Montessori e che spesso fanno parte di circoli e associazioni che le riuniscono. Non si parla quindi di esperienze solitarie, ma di realtà solide, evolutive, in cui è frequente che i genitori che vogliano intraprendere la costituzione di una nuova scuola parentale vengano aiutati e supportati con informazioni sul come fare.

La strada della scuola parentale però non è solo un sistema di protezione dei figli da situazioni pessime (voti, bullismo, esagerazione di compiti a casa), questo aspetto deve essere solo una parte. L’homeschooling è soprattutto condivisione di un grande e articolato progetto di crescita per i propri figli, di comunicazione non violenta, di cooperazione che devono imparare prima di tutto i genitori e praticare a casa. Non è un caso infatti che i pochi e rari progetti fallimentari siano associati solo a realtà in cui l’unico fine era quello di sfuggire a situazioni scolastiche deprimenti o violente: mancava il fine costruttivo e mancava soprattutto l’adozione dello stesso modello comportamentale da parte dei genitori. Chiaramente, una scuola improntata alla non violenza è bellissima, ma se a casa il bambino viene continuamente giudicato, punito o premiato e i genitori sono abituati alle liti basate sull’ottenere ragione, non potrà essere un’esperienza di successo. Si tratta quindi di un percorso di crescita anche per i genitori, in cui è necessario partecipare, aggiornarsi, studiare e leggere di continuo.

L’obiezione principale a questo tipo di scuola parentale è la socializzazione dei bambini, la paura che crescano isolati dagli altri, quelli “normali” o, meglio, “normalmente boicottati e manipolati”. In realtà i bambini delle scuole parentali socializzano più facilmente dei loro coetanei chiusi in trenta per otto ore al giorno in un’aula, uscendone spesso demotivati o iperattivi. Sono bambini che quotidianamente frequentano amici, fanno sport con coetanei e vivono una vita normale.

Ne ho incontrati tanti, alcuni ormai uomini e donne. L’impressione è sempre quella di persone motivate, serene, centrate, consapevoli dei propri talenti che non sono l’essere bravo in una materia o in un’altra, ma avere attitudine e propensione spontanea verso un’attività. Una differenza abissale che può capire bene solo chi ha colto il proprio talento troppo tardi o ha dovuto relegarlo a un hobby: tra chi le ha frequentate ho trovato docenti universitari, chef e meccanici, così come scrittori e pittori, musicisti e organizzatori di eventi, ma nessuno di loro, qualunque lavoro facciano, lavora per uno stipendio e ha poi nella vita privata il suo “hobby”, la sua passione, ciò in cui mette il suo talento vero. Sono tutte persone che utilizzano il proprio talento per vivere e per donare con soddisfazione al mondo, sono stati tutti bambini i cui talenti sono stati riconosciuti, apprezzati, accuditi e fatti crescere. Non solo alcuni casi rari, ma tutti. Credo sia questa, alla fine, la differenza macroscopica di vita e di futuro che si costruisce nelle scuole parentali.

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