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Dal violino alla chitarra: quando il diavolo non perdona

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Le certezze indiscusse sulla vita di Robert Johnson sono poche e molto spesso le voci che ruotano intorno alla sua figura hanno finito per oscurare tutto il resto. Secondo la leggenda il giovane bluesman desiderava disperatamente la fama. Fama che con le proprie doti musicali difficilmente avrebbe raggiunto. E così, morta la moglie con il figlio ancora in grembo, rinnega Dio e richiama Satana a salire dal fuoco dell’inferno che, in cambio della sua anima, risintonizza la chitarra del giovane bluesman, regalandogli velocita tecnica e precisione.

Tra il 1935 e il 1936 incide brani che entrano nella storia del blues da Sweet Home Chicago, Love in Vain, I Believe I’ll Dust My Broom e Me and the Devil Blues. Diventa il prototipo dell’artista maledetto, una storia che per certi versi ricorda quella del violinista del diavolo Niccolò Paganini. Misteriosa è anche la sua morte avvenuta il 16 agosto 1938, tre giorni dopo aver bevuto in un locale una bottiglia di birra già stappata. Nel brano “Hellhound on my Trail” dice «Devo correre, il blues viene giù come grandine. La luce del giorno continua a tormentarmi… c’è un segugio infernale sulle mie tracce». Che sia stato davvero il diavolo ad avvelenarlo?



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