Dalle posse alle pose cambia solo una “esse”, ma ci passano circa 30 anni in cui è successo di tutto. E in Italia, come al solito, non si riesce mai a capire bene cosa. E’ in corso d’opera un documentario su quegli anni “All’assalto – l’avventurosa storia delle posse italiane” per la regia di Paolo Fazzini, che ha coprodotto il film insieme alla società Filmoption; è stata raccolta la maggior parte del materiale (come la foto sotto) e c’è già un teaser che gira online, Paolo ci ha assicurato che il lavoro uscirà all’inizio del 2015.

Ad ogni modo la miccia che accende la curiosità nel nostro Paese per questo mondo sconosciuto è la breakdance e per molti l’omonimo film del 1984 porta anche ai primi approcci con questa nuova cultura. Lo racconta ad esempio Dj Lugi nel libro “Mappa delle voci” di Goffredo Plastino e spiega come ascoltasse funky e soul e come quel film l’abbia portato piano piano a cominciare a rappare da Cosenza con la South Posse. Sul finire degli anni ‘80 sono i centri sociali il teatro della nascita del rap italiano, del dj come figura nuova, che ha un pubblico che assiste e partecipa, con gente che intanto balla e altra che dipinge. Nel giugno del 1989 al Kantiere di Bologna si esibirono i New Velvet Underground, gruppo punk bolognese con un giovane batterista che si fa chiamare Jeff, ma che presto sarà conosciuto come Neffa. Qui hanno poi suonato Papa Ricky, Soul Boy aka Soullee B, Deda, e Speaker Dee Mo. In generale non si possono non citare gli Onda Rossa Posse (forse i primi a includere la parola posse nel nome), gli Assalti Frontali, gli Africa Unite, i Salento Posse (diventati Sud Sound System), i 99 Posse, Lou-X, i Casino Royale, Leleprox i Radical Stuff e gli Almamegretta. E poi gli Isola Posse All Stars, dalle cui ceneri nascono i Sangue Misto che con SXM segnano, sia per i suoni, sia per i contenuti, uno spartiacque con tutto ciò che era stato prima.

Non vogliamo ripercorre tutta la storia (sono stati scritti dei libri a riguardo), ma sottolineare che il rap allora è stato come il punk alla fine degli sessanta: distruzione di regole precostituite. C’era l’indipendenza, l’onestà intellettuale e c’erano i contenuti. Le rime non erano tutte perfette, alcuni flow si potevano migliorare e per creare dei loop, campionare dei suoni e creare delle basi decenti ci si arrangiava. Ma, complici gli anni infuocati dal punto di vista politico, si dava voce a chi era contro perché i protagonisti del movimento erano contro per natura. Non ci si vergognava a essere politicizzati, come si dice con disprezzo oggi che mettere la politica in un disco equivale per una major a rescindere il contratto. E non parlo di partiti o leggi. Parlo di questioni sociali, di quello che ci succede intorno, di essere dei punti di riferimento per chi oggi non ne ha e magari è un ragazzino che si avvicina a questo mondo.

Per questi motivi ho sempre pensato che Fabri Fibra abbia sbagliato nel cantare “non è rap quello dei 99 Posse” in “Faccio sul serio”; perché anche se oggi ad un qualunque spettatore può risultare anacronistico l’elenco dei compagni arrestati che Zulù fa ad ogni concerto, bisogna per lo meno avere il pudore di riconoscerne i meriti, prima di denigrarne i lati negativi.

Io credo che ci sia innanzitutto una differenza di spirito nel fare le cose e che non si possa giustificare tutto con il numero di copie vendute. Lo spirito delle posse era un ideale ribelle incarnato in un animo da artista. E la differenza non è solo nei numeri. Se fai un disco come Nas e diffondi una cultura a livello planetario con basi che rompono il culo, un flow della Madonna e vendi milioni di copie ben venga. Ma se commerciale significa che per vendere devi piegarti ai gusti di una platea di pubblico che va dai 12 ai 18 anni allora significa che c’è un problema. I contenuti contano così come la qualità. Se commerciale o meno è un’etichetta che ormai da fastidio a tutti, cominciamo a parlare di bello e brutto, di prodotto di qualità e prodotto scarso. Indipendentemente dalle vendite. Anche allora c’era stato il grande dilemma, del come tener fede ai propri ideali pur muovendosi nel “sistema” tanto avversato. Un tema per il quale erano passate molte delle band punk che avevano tentato il grande salto. Sì tentò di affrontare la battaglia dall’interno dell’industria discografica, vendendo i cd a prezzi contenuti, rivendicando massima autonomia artistica ed espressiva e utilizzando dei canali alternativi per diffondere le proprie convinzioni. Se certamente non ha sfondato nel mercato discografico, ed è stato così anche per scelta, il movimento si è ritagliato uno spazio importante e va ricordato con orgoglio. Inoltre forse non tutti sanno che dal primo gennaio del 2014 la FIMI ha nuovamente abbassato le soglie di certificazioni per i dischi d’oro, di platino e di diamante: se negli anni ’60 per ottenere un disco d’oro ci volevano la bellezza di 1 milione di copie vendute, a metà degli anni ’80 150mila copie, e dal ’95 al 2005 50mila, oggi ne bastano solo 25mila.

Non so oggi cosa sia rimasto di quello spirito a parte i gruppi o le persone che militavano in essi o che hanno iniziato di lì a poco ancora in attività. Sicuramente una caratteristica che rimane ancora oggi – perlomeno dal centro Italia in giù – è il rapporto che le posse hanno costruito con la tradizione musicale del luogo di provenienza, che fossero i suoni della musica classica napoletana, calabrese, pugliese, siciliana o sarda, le musiche del passato venivano campionate e riprodotte facendole convivere con la modernità.

Mi spiace che molti ragazzini che dicono di amare questa cultura non sappiano nemmeno cosa sia questo fenomeno. Proprio oggi che con internet si ha tutto alla portata di un click, ma costa fatica anche leggere, quando ai tempi si facevano 500 chilometri per scambiarsi una cassettina.

Mi chiamo Bassi Maestro non perché insegno, ma perché vengo da un periodo storico pieno di impegno, politico sociale, militante a tratti, risalgono a quegli anni, tutti i primi contatti”. Bassi la racconta così in “Sospeso nel tempo” e scatta qualche istantanea (non una foto di gruppo) del movimento che fu anche nella recente “Come ai tempi delle posse” su produzione di Fritz Da Cat.

Ai tempi, prima le cassette e poi i cd, erano accompagnati da libretti con pagine di testi scritti fitti fitti. Le parole contavano più di tutto ed era un orgoglio mettere gli incastri, le rime e i giochi di parole nero su bianco. Oggi molti libretti sono carrellate di foto in stile magazine glamour con serie di scatti posati che oscillano tra il ridicolo e lo stereotipo. Comunque la si pensi credo che si debba portare rispetto a chi ha fatto partire tutto quanto, senza continuare a fare paragoni su quale fosse o meno la Golden age perché i metri di giudizio sono diversi, come diversi gli strumenti per fare musica oggi. Allora contavano molto di più i valori, il fare musica, lo stare insieme e lanciare un messaggio; oggi, per la maggior parte dei rapper che parlano della propria attività come fosse un lavoro come un altro, conta il business, le vendite, in una parola: il consumo. Questione di scelte e questione di come si vive la vita, però, piuttosto che Moreno, col visino pulito e le rime da bambini per bambini, datemi una Posse a caso con le basi rabberciate e la voce non masterizzata.

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Mario Catania

 

foto in alto a sinistra: da sinistra_ Soul Boy, Neffa, Zulu 99posse, Larsen – Menti criminali, A.n.d.

#UPDATE – 09/10/2014 – Ecco il teaser di “All’assalto“, film coprodotto da Paolo Fazzini e Filmoption

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