Le centinaia di migliaia di persone che ogni giorno occupano le strade di tutta la Colombia venerdì 28 maggio hanno celebrato un mese dallo sciopero nazionale. Un mese trascorso occupando le piazze di tutto il paese con musica, slogan cantati e performance, ma anche esponendo il proprio corpo alla brutale repressione delle forze di polizia, costruendo strategie di resistenza e solidarietà con gli scudi della prima linea e le enormi pentolate collettive per rifocillare i manifestanti, con le denunce dei media alternativi e dei difensori dei diritti umani, sempre presenti, a rischio della vita.

Dalla rivendicazione sindacale alla ribellione popolare

Durante questo mese, la protesta iniziale delle principali sigle sindacali contro le riforme del governo Duque si è trasformata in un’estesa ribellione popolare che coinvolge le generazioni più giovani e le organizzazioni studentesche insieme a movimenti sociali, femministi e transgender, comunità indigene e contadine, lavoratori e lavoratrici che non possono più sostenere il peso della crisi sanitaria ed economica di cui lo Stato non si fa carico. Ma la protesta è andata oltre, esige il rispetto della vita e del diritto a manifestare, chiede giustizia per le persone morte, mutilate, abusate sessualmente, fatte sparire, pretende la rinuncia del presidente e sta mettendo sotto accusa l’intero modello politico ed economico del paese, che registra da anni il maggior numero di omicidi di difensori dei diritti umani e leader sociali dell’America Latina ed è governato da un’élite oligarchica che difende i grandi capitali, non rispetta gli accordi di Pace e usa le armi come strumento di controllo sociale.

Garanzie per l’esercizio della protesta sociale e fine della repressione sono anche le premesse imposte dal Comitato dello Sciopero per iniziare qualsiasi dialogo con il governo, condizioni che sono state infine riconosciute dal preaccordo firmato il 24 maggio, dopo nove giornate di incontri. Il presidente Duque sta però ritardando la firma di ratifica di questo documento preliminare che permetterebbe l’avvio di sette tavoli di trattative su temi chiave come l’intervento dello Stato nella gestione della pandemia, l’istituzione di un reddito di base d’emergenza, la difesa della produzione nazionale e dei diritti sul lavoro, lo stop all’uso del glifosato come pesticida nelle coltivazioni di coca, la derogazione dei decreti che privatizzano alcuni settori della sanità.

Che cosa è successo in un mese di proteste

La prima vittoria ottenuta con le mobilitazioni è stata innanzitutto il ritiro dell’iniqua riforma tributaria, che prevedeva di appianare il debito statale aumentando le tasse della classe lavoratrice, già impoverita dalle politiche neoliberiste implementate da decenni e ulteriormente precarizzata dalla pandemia. Il governo ha dovuto poi rinunciare all’intero pacchetto di riforme che sarebbero andate a toccare anche le pensioni e la salute, quest’ultima in direzione di privatizzazioni, tagli agli ospedali pubblici, e una maggiore arbitrarietà sulle tariffe degli enti sanitari, comprese le prestazioni legate al Covid-19. Tra i tentativi di placare la ribellione in corso, Duque ha implementato la “matricola zero” per il prossimo semestre, misura che permetterà l’accesso gratuito all’istruzione superiore, e che era una richiesta storica del movimento studentesco colombiano.

Continuano le violazioni dei diritti umani

Il governo si trova sulla difensiva anche sul piano internazionale, dove diversi organismi per i diritti umani stanno denunciando l’estrema violenza esercitata dalle forze di polizia nella repressione delle proteste.

È estremamente allarmante il documento pubblicato il 23 maggio da tre organizzazioni per i diritti umani che rivela di aver ricevuto denunce in cui si indicano luoghi utilizzati da polizia e paramilitari per detenere, torturare e far sparire manifestanti nella città di Cali. Nel rapporto si segnalano anche fosse comuni nelle zone rurali dei comuni vicini di Buga e Yumbo e si dichiara che “le dinamiche repressive si sono fatte più sofisticate in questi quasi 25 giorni con la pretesa sempre maggiore di evitare che sia identificabile la responsabilità della polizia in operazioni di tipo paramilitare ed evidentemente criminali.”

Di contro le istituzioni e i grandi media continuano a proporre la narrazione dei vandali e dei terroristi nelle manifestazioni, che giustificherebbe l’intervento violento delle forze di polizia.

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