Non bastava il petrolio nell’Artico, dopo la rottura di una cisterna di un impianto del gigante dei metalli Norilsk Nickel, ora si è aggiunto un ulteriore tassello all’emergenza artica. La Milne Ice Shelf, l’ultima piattaforma di ghiaccio completamente intatta nell’Artico canadese è crollata a causa delle alte temperature. In soli due giorni ha perso oltre il 40% della sua superficie, e così si è staccata dalla barriera di ghiaccio di Ellesmere, creando un’isola di ghiaccio di circa 80 chilometri quadrati.

Questa era la più grande piattaforma di ghiaccio rimasta intatta, e si è sostanzialmente disintegrata“, ha detto Luke Copland, un glaciologo dell’Università di Ottawa, che faceva parte del gruppo di ricerca che studiava la piattaforma di ghiaccio Milne.

A dispetto di quel che si dice degli scienziati “catastrofisti”, in questo caso le previsioni erano state fin troppo ottimistiche: nel 2017, il direttore del National Snow and Ice Data Center, Mark Serreze, aveva previsto la perdita della piattaforma entro cinque anni. Sono bastati tre anni.

L’Artico si è riscaldato al doppio del tasso globale negli ultimi 30 anni, a causa di un processo noto come amplificazione dell’Artico. Inizialmente il fenomeno ha intaccato le piattaforme di ghiaccio più piccole, che possono sciogliersi rapidamente, poi, negli anni, le superfici coinvolte si sono fatte via via più grandi. Quest’anno, le temperature nella regione polare sono state estremamente calde, registrando temperature record, incendi e fenomeni non meno preoccupanti in Siberia, dove il cratere di Batagaika, noto anche come “la Porta dell’Inferno”, non accenna a fermarsi: situato nell’area della Siberia orientale, dove si trovano i monti Čerskij, rappresenta una delle tante conseguenze del riscaldamento globale e dello scioglimento del permafrost, il ghiaccio siberiano.

La struttura ha iniziato a formarsi negli Anni ’60, quando parte di una foresta fu abbattuta, esponendo il permafrost al sole. Il processo in atto prende il nome di termocarsismo, un processo che si verifica quando strati superiori della superficie terrestre sono distrutti dallo scongelamento e collassano su se stessi. “Una volta attivato – ha spiegato al giornale russo Vechérnyaya MoskváVladimir Syvorotkin, geologo e ricercatore della Facoltà di Geologia dell’Università statale di Mosca – è un processo molto difficile da fermare. Il permafrost è una formazione tenera, che soffre le temperature estive come la deforestazione”.

Fonte: People for planet





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