Si chiama “Cannabis, credevo fosse droga” e sarà disponibile in libreria a partire dal 15 settembre. L’ha scritto Flavio Passi sulla base della sua esperienza con questa pianta alle prese con i pregiudizi che una legislazione schizofrenica e restrittiva come quella italiana continua ad alimentare. Per chi non avesse voglia di aspettare la fine dell’estate per approfondire, la sua versione digitale è già disponibile su tutti gli store on line ed è possibile ordinare delle copie in anteprima a prezzo promozionale sul sito edizionieffetto.it.

Per ingannare l’attesa, abbiamo rivolto qualche domanda all’autore.

Tu consumi e coltivi cannabis, quando e perché hai deciso di scriverci un libro sopra?
Era qualche anno che avevo in mente di scrivere un libro che raccontasse la mia esperienza con la Cannabis, ma la molla che mi ha fatto decidere è scattata soltanto lo scorso anno al Salone del Libro di Torino, dove  promuovevo il libro di Matteo Gracis “Canapa, una storia incredibile” insieme ai libri della mia casa editrice. Un giorno si è avvicinato al mio stand un funzionario del Ministero dell’Interno che, incuriosito, chiese informazioni sulla Cannabis. Il suo atteggiamento non era scontroso né minatorio, era l’atteggiamento di una persona che avrebbe voluto saperne davvero di più.

Com’è finita?
Discutendo con lui mi sono reso conto che anche nelle Istituzioni e nelle Prefetture l’ignoranza sull’argomento Cannabis regna sovrana e che c’è ancora la convinzione che l’assuntore di Cannabis sia una persona “strana” o “problematica”. Gli ho spiegato che non è così, che in Italia siamo sei milioni di consumatori, tutte persone per lo più insospettabili, esattamente come me.  Ricordo che gli dissi proprio così: «Mi guardi, le sembro forse un drogato?» Così ho deciso di raccontare questa storia: la mia storia. Che credo sia analoga a quella di sei milioni di consumatori in Italia.

Credi che parlarne possa aiutare ad abbattere il pregiudizio?
Io oggi ho una fortuna: sono una persona libera e indipendente, lavoro in proprio, e posso tranquillamente espormi a nome di tanti che, per i motivi più disparati, non possono o non vogliono farlo. Certo, mi piacerebbe anche che qualcuno, dopo aver letto il mio libro, trovasse il coraggio di dire senza problemi che fuma Cannabis. Sono convito che se usciremo tutti allo scoperto non ci potranno più ignorare. Siamo troppi!

Cosa devono aspettarsi i lettori da “Cannabis, credevo fosse droga”?
È la storia di un ragazzo normale che da giovane nemmeno se le faceva, le canne, perché convinto che si trattasse di droga. Sto parlando di me, ovviamente. Soltanto lo studio e la voglia di scoprire la verità mi hanno portato, dieci anni fa, a decidere di usarla quotidianamente come rilassante serale.

Nel libro hai voluto approfondire il tema della coltivazione per uso personale, perché?
Da quando ho deciso di assumere Cannabis ho sempre coltivato due piante per me: non volevo e non voglio avere nessun tipo di rapporto con gli spacciatori di strada per più motivi: non alimentare le narcomafie e non rischiare di inalare sostanze tossiche, sono i due principali. Nella mia esposizione, calcolatrice alla mano, dimostro anche che coltivare due piante per pensare di mettersi a spacciare rischia di diventare addirittura economicamente sconveniente, pertanto chi coltiva poche piante non può essere spacciatore, esattamente l’opposto di quanto invece stabilisce la legge attuale, visto che chiunque venga trovato con qualche pianta viene immediatamente arrestato con l’accusa di “spaccio” (anche senza prove né flagranza di reato) e sarà poi il giudice a valutare, secondo sua discrezione, se le piante erano per uso personale o no.

Un libro da far arrivare a tutti i tribunali d’Italia, no?
Mi piacerebbe che finisse nelle mani dei proibizionisti, quelli contro lo “spaccio”, perché sono convinto che capirebbero che la condotta della coltivazione è una condotta che danneggia gli spacciatori. In fondo questo libro è stato scritto anche per loro…





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