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Durante il corso degli ultimi anni, la crisi economica, congiuntamente alle manovre “lacrime e sangue” messe in atto da tutti i governi europei per compiacere i diktat dei grandi poteri finanziari, ha innalzato notevolmente il grado del conflitto sociale.

L’aumento esponenziale della disoccupazione, la mancanza di prospettive occupazionali per le nuove (e vecchie) generazioni, lo smantellamento progressivo dello stato sociale e più in generale la scelta di mettere un sempre maggior numero di cittadini nella condizione di non riuscire a procurarsi il reddito necessario per condurre una vita dignitosa, hanno creato un acceso fermento sociale, non solo fra gli studenti ed alcune categorie di lavoratori ma anche a livello più diffuso.

Un po’ in tutta Europa, a partire dalla Grecia, dalla Spagna e dal Portogallo, dove la scure dei “tagli” si è abbattuta con maggiore veemenza, le manifestazioni ed i cortei di protesta sono stati numerosi ed in molti casi l’esasperazione della popolazione ha finito per scontrarsi con la repressione praticata dalle forze dell’ordine.

In Italia, rispetto agli altri paesi, nell’ultimo anno si è protestato poco, nonostante una cospicua parte della popolazione versi in condizioni drammatiche, ma ogni qualvolta si sono accese le contestazioni la repressione della polizia è stata durissima e in molti casi sproporzionata rispetto alla minaccia.

Centinaia d’immagini e spezzoni video testimoniano come in più di un’occasione le forze dell’ordine si siano accanite pestando a sangue studenti giovanissimi riversi a terra nella condizione di non nuocere, operai impegnati a difendere il proprio posto di lavoro, pescatori che non hanno più il denaro per muovere le barche, lavoratori dell’Ikea, ambientalisti NO TAV. Per tutti loro, ed anche per molti altri, cariche selvagge, manganellate gratuite e gas lacrimogeni tossici al cs, sparati in abbondanza, spesso ad altezza uomo a fracassare le ossa della faccia.

Se da un lato la durezza di queste “risposte” è stata favorita dalla presenza di un governo tecnico, distante dai cittadini e scarsamente interessato a raccogliere il loro consenso elettorale, dall’altro non si può mancare di domandarsi quali ragioni stiano alla base della scelta di una repressione tanto dura e violenta, messa in atto per contrastare contestazioni e proteste che non erano così “pericolose” da giustificarla.

Appare chiara la volontà di trasformare qualsiasi contestazione in un “teatro di guerra”, al fine di dissuadere la popolazione dallo scendere in piazza a manifestare il proprio malcontento. Qualora la violenza diventi il minimo comune denominatore delle manifestazioni di protesta, la maggior parte dei cittadini eviterà di contestare pubblicamente, temendo di venire coinvolta nei disordini, o peggio ancora picchiata o denunciata e abbandonerà in strada solamente uno sparuto gruppo di persone, facilmente etichettabili come facinorosi e violenti. Si sarà in pratica creato consenso (chi non dissente consenziente lo è di fatto) attraverso l’uso delle bastonate, con la prospettiva di riuscire a fronteggiare più agevolmente il malcontento prossimo venturo, che si diffonderà in maniera ben più virulenta non appena sempre più larghi strati di popolazione si ritroveranno privati di ogni mezzo di sostentamento.





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