Contro-informazione

Covid-19: ecco perché è una questione politica e non scientifica

Dal 54° rapporto del Censis emergono dati sconfortanti sulla realtà sociale in Italia. L’annuale fotografia del Rapporto ci consegna un Paese in cui il divario tra ricchi e poveri si fa sempre più marcato: la gestione dell’emergenza Covid e il lockdown hanno infatti danneggiato maggiormente le persone più vulnerabili e fragili, ampliando le disuguaglianze sociali già esistenti.

Il rapporto del Censis fotografa anche un altro aspetto inquietante, secondo cui il 38,5% dei cittadini italiani sarebbe pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni.

In generale, si attesta l’influenza che il terrorismo mediatico degli ultimi mesi ha avuto sugli italiani, disorientati e impauriti da una criminologia sanitaria volta a legittimare i nuovi dispositivi governativi basati sul “bio-potere”.

Tra le voci autorevoli che si sono stagliate fuori dal canto univoco della narrazione mainstream troviamo quella di Donato Greco, luminare di epidemiologia e consulente dell’OMS, che a ottobre ha rilasciato importanti dichiarazioni partendo all’analisi del lockdown in Campania: «C’è un decisionismo di matrice politica, non scientifica».

Napoletano, specializzato in malattie infettive e tropicali, igiene e medicina preventiva e statistica sanitaria, ha diretto il Laboratorio di epidemiologia e biostatistica dell’Istituto Superiore di Sanità e, sempre all’Iss, del Centro nazionale di epidemiologia. Ha condotto più di trenta indagini su epidemie infettive, di queste nove all’estero per conto dell’OMS: per vent’anni è stato direttore del centro europeo di collaborazione con l’OMS per le malattie infettive. È stato direttore generale della prevenzione al ministero della Salute e direttore del CCCM, il Centro per il controllo delle malattie. Ha partecipato alla costruzione dell’ECDC l’agenzia Europea per le malattie infettive ed è attualmente consulente per l’OMS e per gli ECDC.

Scienziato di fama internazionale, il suo parere non può certo essere liquidato come è successo con quello di altri suoi colleghi.

In un’intervista curata da Gianmaria Roberti per Salernosera.it, Greco ha ricordato che il 97,8% dei positivi è portatore sano asintomatico. Pertanto, come spiegato già da altri clinici e scienziati, è improprio far passare l’idea che costoro siano “malati”, avallando una visione terroristica della pandemia e legittimando ulteriori misure coercitive.

A proposito dei lockdown che continuano a corrente alternata, lo stesso Greco si è espresso in maniera negativa, spiegando che «Questa malattia si trascinerà ancora per molto. Questo è un virus, tra l’altro, che preferisce la primavera. È chiaro che bisogna restringere i focolai di trasmissione dove ci sono ammalati, ma vedo un miscuglio di decisionismo, di matrice più di stile politico che scientifico, che certe volte è esasperato, porta dei danni gratuiti».

Greco ha ricordato come il collasso delle terapie intensive non sia dissimile da quello degli anni precedenti: «Ricordo che la polmonite, prima del Covid, era la quarta causa di morte negli anziani. Molte di queste, anzi la maggioranza, erano polmoniti virali. Perché quelle batteriche si combattono bene con gli antibiotici».

Bocciato anche l’obbligo di tenere la mascherina all’aperto nel caso in cui non ci siano assembramenti: «quando c’è distanza non ha senso la mascherina all’aperto. Anzi è controproducente, perché riduce la traspirazione a vantaggio di che? Quando siamo fuori c’è circolazione».

Stando dunque all’analisi del dottor Greco, il governo starebbe utilizzando una politica della paura per legittimare misure che sarebbero sproporzionate. Già a marzo il filosofo Giorgio Agamben dalle colonne de “Il Manifesto”, aveva descritto come “frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate” le misure prese dal governo italiano: «Si direbbe che esaurito il terrorismo come causa di provvedimenti d’eccezione, l’epidemia possa offrire il pretesto ideale per ampliarli oltre ogni limite».

Il pretesto, secondo Agamben, verrebbe individuato nello “stato di paura” che «in questi anni si è evidentemente diffuso nelle coscienze degli individui. Così, in un perverso circolo vizioso, la limitazione della libertà imposta dai governi viene accettata in nome di un desiderio di sicurezza che è stato indotto dagli stessi governi che ora intervengono per soddisfarlo».

La chiave di volta di queste riflessioni è la paura. La paura, infatti, è solo uno dei tanti tasselli nel processo di manipolazione sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima. In stato di paura, infatti, l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto. E in questo caso, può arrivare persino a preferire uno stato di sudditanza e la rinuncia a libertà e diritti civili, come fotografa l’ultimo rapporto del Censis, pur di inseguire un’illusorio stato di sicurezza.





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