Quella che segue è la trascrizione a cura di Ola Americana dell’intervista che Radio Onda d’Urto ha realizzato allo scrittore e giornalista uruguaiano Raul Zibechi. Un’intervista che non guarda solo alla situazione in Uruguay ma al continente intero e alle forme di organizzazione delle comunità indigene oltre che delle città.

Raul, cosa sta succedendo in Uruguay attorno al Covid-19?
In Uruguay la pandemia è nella sua prima fase. Abbiamo qualche centinaio di malati e una decina di morti. Non è stata imposta una quarantena obbligatoria. Ora è suggerito alle persone di stare in casa. La maggior parte delle persone resta a casa e si sono fermate anche molte attività economiche. Anche qui, come in altri paesi dell’America Latina, ci sono molti lavoratori informali, molti venditori ambulanti e mercati popolare. In questi momenti chi soffre di più è proprio chi vive di espedienti e non può uscire a lavorare anche perché molti mercati sono chiusi. Quello che vediamo è una sorta di tempo dell’attesa dove cerchiamo di capire se i malati cresceranno in maniera esponenziale, come in altri paesi, oppure no. Quello che viviamo sono una serie di misure del governo per limitare l’espansione del virus e affrontare alcuni problemi economici per le persone più povere. Le scuole distribuiscono alimenti. La situazione non è molto grave, ma in generale siamo una fase di attesa. Vediamo cosa succederà.

Quali sono i paesi più colpiti nel continente?
L’Ecuador è un paese molto colpito. Soprattutto nella città di Quayquil, dove avrete visto che ci sono cadaveri in strada perché il sistema sanitario è oltre il collasso, così come i cimiteri tanto che non riescono nemmeno a cremare tutte le vittime, per questo le famiglie abbandonano i cadaveri in mezzo alla strada. Una situazione davvero terribile. Altra situazione grave è in Argentina, anche se c’è una quarantena obbligatoria. Nelle “Villa” i quartieri popolari, non c’è la possibilità di stare a casa, perché le case sono precarie, perché le persone sono abituate a vivere per strada, le abitazioni sono molto piccole e ci vivono anche in 8 o in 10. Non c’è internet, e se c’è un computer è uno per tutte e tutti. E quindi giovani e bambini fanno davvero fatica a stare in casa perché stare tutti e tutte in una casa è terribile. Le donne anche fanno fatica perché si sono alzati i tassi e livelli di violenza machista e se escono di casa incontrano la polizia razzista. Anche in Brasile ci sono problemi. In Brasile c’è una situazione economica molto difficile perché lo stato non è in grado di prendersi cura della popolazione così come della crisi economica. Nelle periferie del Brasile, così come di altre grandi città del continente, non solo ci sono case piccole e precarie ma manca anche l’acqua. Non ci sono servizi igenici perché mancano drenaggi e reti fognarie. Così se uno dice “lavati le mani” in molti rispondono a casa mia non posso, a casa mia non c’è acqua. E’ una situazione grave. E si vede come l’America Latina sia il continente che contiene le maggiori diseguaglianza. Il coronavirus sta arrivando in luoghi che non sono l’Europa o gli USA, sta arrivando in zone che non hanno a disposizione i mezzi per affrontare l’emergenza. E se arriverà in queste zone povere arriverà laddove ci sono già dengue e turbercolosi. Ora sta arrivando anche l’inverno e in questa stagione gli ospedali esplodono già per le comuni influenze, la domanda che ci facciamo è cosa succederà ora?

Le favelas brasiliane

Raul, vediamo misure di contenimento e scarse politiche sociali di redistribuzione di ricchezza. C’è una linea rossa in salsa neoliberista che collega i diversi angoli del pianeta?
In Uruguay lo Stato ha tassato pensioni e stipendi pubblici superiori a 2000 euro del 20%, e questo va bene. Ma poi se si chiede al presidente se tasserà anche le grandi imprese e i monopoli si riceve come risposta un no. Questo è quello che succede tanto che le imprese stanno mandando le persone in cassa integrazione. In questo continente non si stanno toccando i più ricchi, e nemmeno le banche e gli imprenditori. Le misure che sono state prese sono di fatto pensate per la classe media. Non per i più poveri. Metà della popolazione ha un salario fisso. Queste persone possono accedere alla cassa integrazione, oppure continuano a lavorare o lavorano da casa. Cosa succede con l’altra metà della popolazione che è informale? Per questi ci sono delle borse di viveri, ma non sono sufficienti. La salute pubblica? La classe media usa la sanità privata. Gli ospedali quasi sempre sono lontani dai quartieri popolari e le persone non sanno come arrivarci. Fortunatamente, ad ora, la pandemia non è entrata con forza in questi quartieri. Dov’è arrivata, come a Guayquil, c’è il disastro che stiamo vedendo. C’è una linea rossa che unisce i diversi paesi. Nelle prossime, poche, settimane vedremo cosa succederà in questi quartieri. Ho parlato con persone che vivono nei quartieri popolari argentini e mi dicono che ci potrebbero essere assalti ai supermercati com’è successo in Sicilia. Se questa cosa diventa di massa che succederà? Uccideranno le persone? Potrebbe essere caotico, anche più caotico di così, e potrebbe moltiplicarsi questa forma di protesta e si può arrivare a situazioni tipo Haiti, dove la povertà generalizzata è stata abbandonata dallo stato. Questo perché gli stati sono in difficoltà, la classe media si chiude nei suoi quartieri e va negli ospedali privati, mentre i poveri? Ad ora non c’è una risposta seria e profonda a questa domanda, e per questo temiamo il peggio.

“Non torniamo alla normalità perché la normalità è il problema” è un motto nato proprio in America Latina, cosa succederà alle comunità indigene?
Sono molto poche quelle che sono preparate per una situazione del genere. Gli zapatisti per esempio hanno chiuso i caracoles (centri a metà tra un villaggio e un accampamento, Ndr) e proclamato l’allerta rossa. Però loro hanno acqua, hanno coltivazioni, hanno ospedali, hanno cliniche, hanno l’autodifesa, lo stesso succede con altri popoli, come in Colombia gli Yukpa, i Mapuche tra Cile e Argentina, i Quechua in Ecuador, i contadini che possono ripararsi nei loro territori, ma questo lo possono fare perché sono autosufficienti. I popoli che si sono preparati, che hanno terre e acqua, godono di condizioni migliori delle nostre. Il grande problema sono le città. Le periferie. Quelle che secondo Mike Davis, geografo statunitense, saranno la chiave del futuro, perché lì sta il grosso della popolazione povera dell’America Latina. Popolazioni che non hanno alcuna possibilità di gestire il collasso della società. Mi ricordo che 5 anni fa gli zapatisti convocarono la riunione dell’Idra Capitalista dove si domandarono: se viene il collasso, noi che facciamo? Loro si sono preparati per il collasso. Tanto che le comunità già da due anni hanno ricevuto l’indicazione di piantare alberi da frutta e coltivare verdure per non mangiare solo carne, e ora hanno coltivazioni agro ecologiche. Hanno migliorato salute e alimentazione. Hanno aumentato la varianza e così non si nutrono solo di mais e fagioli, hanno anche frutta, verdura e carne. Invece questo non succede nelle periferie delle città dove non c’è nemmeno l’acqua, è qui il dramma. Io credo che le popolazioni indigene e campesine possono mostrare un altro mondo, ed anche espanderlo. Non è un caso che gli Zapatisti sono passati da 5 a 12 Caracoles. Come in Ecuador che ci sono comunità Quechua che stanno sviluppando medicina tradizionale. Nelle periferie urbane no. È lì che si possono generare massacri pesanti.

Wallerstein parlava delle uscite predeterminate dal capitalismo mondiale, opzioni che si sarebbero scontrate finché una non sarebbe diventata egemone. Però tra questo scontro si possono mettere le lotte dei movimenti. Non pensi?
Sì, Wallerstein sosteneva che davanti a noi abbiamo 20 o 30 anni di caos del sistema e che è in questo caos che si definirà il futuro della società. Ci potrà essere una società più egualitaria e più democratica, o una società peggiore come quella feudale, molto gerarchica e dittatoriale e dove quelli che stanno in alto si terranno tutto. A parte qualche raro caso nelle periferie urbane dove ci sono grandi organizzazioni per il resto non siamo all’altezza della situazione per poter affrontare questa crisi. Nelle aree rurali contadini e indigeni godono di una condizione migliore e le periferie urbane dovrebbero prenderne rapidamente esempio e studiarle per essere in pochi anni all’altezza della situazione. Voglio essere sincero: non sono molto ottimista perché nelle città c’è il potere della polizia e dell’esercito ed è li che ci sono i drammi maggiori, dove ci sono più morti, più repressione e più disorganizzazione. Speriamo ci sia un avanzamento, ma io non sono per nulla ottimista.





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