Da anni Rita Bernardini coltiva cannabis sul suo balcone. In linea con la tradizione del Partito Radicale, di cui è parte da sempre, agisce in prima persona per portare a galla le assurdità della legislazione italiana in materia di cannabis e non solo.

Nel 1975 Pannella diceva a Berlinguer che bisognava legalizzare. Siamo nel 2019 e in Italia ancora niente da fare. Secondo lei, tutto considerato, quali potrebbero essere le più rosee prospettive per il nostro paese sul tema?

Marco non si limitò semplicemente a dirlo. Proprio nel 1975 finì in galera per aver fumato in pubblico uno spinello di hashish, avendo preventivamente avvisato le forze dell’ordine che avrebbe messo in pratica quel gesto che faceva parte della quotidianità di centinaia di migliaia di giovani. La colpa di tutti questi ragazzi – diceva – non è maggiore di quella di bere vodka e fumarci sopra un pacchetto di sigarette americane. «Se non si fa un bel nulla – ammoniva – fra poco arriverà la strage per droga vera», e si riferiva all’eroina che puntualmente arrivò seminando morte e gravi malattie. Nella situazione attuale, io credo che non saranno le istituzioni rappresentative ma le giurisdizioni superiori a spiegare alla politica l’irragionevolezza della legislazione esistente. Non dimentichiamoci che nel 2014 è stata la Consulta a dichiarare l’incostituzionalità della famigerata legge Fini-Giovanardi e che ancora di recente è intervenuta sulla pena minima edittale dichiarando sproporzionata la pena minima di otto anni prevista per i reati non lievi in materia di stupefacenti.

Com’è cambiato, se è cambiato, l’antiproibizionismo negli anni?
Si è evoluto in Italia, dove c’è maggiore consapevolezza e volontà di lotta, ed è avanzato nel mondo con successi che si sono concretizzati in vere e proprie legalizzazioni. Molta parte in questo progresso l’hanno avuta i malati che si curano con la cannabis e che lottano per accedere ai farmaci. La restaurazione e l’involuzione sono però dietro l’angolo perché in Italia e nel mondo sono in atto grandi trasformazioni e capovolgimenti di equilibri e se non ci saranno persone e movimenti capaci di tenere dritta la barra della democrazia, dello stato di diritto e dell’affermazione dei diritti umani fondamentali, ci sarà ben poco da sperare.

Quale potrebbe essere il suo volto nel futuro?
Occorre, a mio avviso, dare concretezza alla formazione di movimenti transnazionali capaci di ottenere e alimentare grandi dibattiti e ricerche sul tema della legalizzazione, movimenti che si pongano obiettivi come quello, prioritario, di riformare le Convenzioni ONU sulle droghe improntate al più retrivo e fallimentare proibizionismo.

Come l’antiproibizionismo è diventato parte importante della sua storia?
Senza Marco e i miei compagni radicali difficilmente avrei maturato questa sensibilità nella vita quotidiana. La sua frase, che è sigla del notiziario antiproibizionista di Radio Radicale condotto da Roberto Spagnoli, spiega benissimo quali siano le conseguenze del proibizionismo: «Se tu vuoi vietare l’esercizio di una facoltà umana che è a livello di massa, tu fallirai e sarai costretto all’illusione autoritaria del potere che colpisce il colpevole, lo colpisce a morte». Nessuna lotta può essere efficace senza il protagonismo di chi vive in prima persona la repressione irragionevole del potere, in questo caso proibizionista. È stato così per il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza, per i diritti degli omosessuali, dei disabili o dei malati non rassegnati come Luca Coscioni e Piergiorgio Welby.

Condividerebbe con noi un ricordo a cui è particolarmente legata delle tante battaglie sostenute?
Sì, mi piace ricordare quel giorno a Piazza Montecitorio con Marco Pannella sorridente regista di una delle tante disobbedienze civili. Era il 9 novembre 2012 e, da deputata, cedetti “cannabis terapeutica” coltivata sul mio terrazzo ai malati di sclerosi multipla dell’Associazione LapianTiamo. Pannella a un certo punto mi chiese di salire su una sedia e di mostrare a tutti, in primo luogo alle forze dell’ordine, quelle infiorescenze proibite (nel verbale di sequestro scrissero 478,03 grammi). A Marco quella foto, quelle immagini, piacquero molto e avrebbe voluto facessero il giro del mondo. Invece, accadde che in Italia nessuna TV pubblica o privata se ne occupò mentre la CNN fece un lungo servizio.

Quanto è difficile oggi “mobilitare”, spingere le persone a unirsi per lottare insieme per ciò in cui credono?
Con un’informazione corrotta come quella che ho sopra descritto, diviene difficile non solo “mobilitare” ma anche semplicemente informare nel contraddittorio di impostazioni diverse. La guerra alla droga è fallita ma i media continuano a propinarcela come unica strada salvifica. Il problema è che le istituzioni sono oggettivamente complici delle associazioni mafiose dedite al narcotraffico, le quali proprio grazie all’imposizione di politiche proibizioniste realizzano inestimabili profitti che sono investiti massicciamente nel circuito economico-finanziario, al punto che interi settori dell’economia legale sono nelle mani della criminalità organizzata. Per dei “resistenti” quali noi antiproibizionisti siamo, occorre scovare i pertugi dove infilarci per fare esplodere le contraddizioni del sistema.

La disobbedienza civile è ancora lo strumento più forte che abbiamo?
Da non violenta, appassionata della democrazia, non riesco a immaginare un altro modo di lottare. Vero è che nei confronti del Partito Radicale hanno fatto di tutto, violando la legge, per disinnescare la portata delle iniziative di disobbedienza civile: il fatto che io non sia stata mai arrestata nemmeno quando di piante di cannabis ne ho coltivate 56, è indice della loro (mi riferisco ai magistrati) codardia che non si fa scrupolo, al contrario che con me, di processare e incarcerare migliaia di coltivatori per uso personale. Vorrà dire che alla prossima mi autodenuncerò a Salvini che in galera vorrebbe vedere marcire, chi per un motivo chi per un altro, una larga fetta di popolo italiano, praticamente tutti quelli che non lo votano.

a cura di Livia Mordenti
Giornalista, vive tra Roma e Milano. Spesso in treno, dove tasta il posto del Paese reale





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