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Cosa vuol dire essere un grower?

Essere un grower non significa soltanto coltivare piante per ottenere cime grasse e resinose: è un vero e proprio stile di vita, che fa dell’autodeterminazione e della disobbedienza i suoi principi chiave

Una pianta di cannabis all'interno di un appartamento con diverse cime di cannabis sulla scrivania

Nel mondo cannabico si definisce “grower” chi, per passione o per lavoro, coltiva cannabis. 

Non confondeteci con gli agricoltori che coltivano canapa nelle loro aziende: noi siamo tecnici specializzati nella produzione di fiori.

E non pensate a noi come dei criminali: siamo idealisti e non collaboriamo con le narcomafie.

Il grower sceglie un particolare stile di vita: più che svolgere una professione abbiamo abbracciato una battaglia. Ci contraddistingue un pollice particolarmente verde, una certa sensibilità nei confronti della natura e la lungimiranza d’aver compreso il valore di quest’erba ancora vietata.

In merito all’uso ricreativo, siamo grandi estimatori di questo fiore e dei suoi derivati.

Esistono comunque delle eccezioni: sono quei grower che, per problemi di ansia o panico, non amano più gli effetti della cannabis con elevate percentuali di THC. Ma continuano a coltivarla, perché osservarne la crescita ha un elevato effetto psicoterapeutico, difficilmente apprezzabile con altri vegetali. Questo avviene perché ha una velocità di crescita incredibile, e con un ciclo continuo di 18 ore può vegetare praticamente all’infinito ed essere modellata a nostro piacimento. Fiorisce se sottoposta a 12 ore di luce e altrettante di buio, concludendo il suo ciclo vitale entro 2 o 3 mesi e sprigionando profumi inebrianti.

Per colpa del proibizionismo, tutti i grower hanno iniziato illegalmente; anche quelli nati in Olanda dove la cannabis è sempre stata venduta nei coffee-shop, o in California dove per primi hanno legalizzato la cannabis terapeutica dopo l’avvento del proibizionismo (1996).
Se esistono delle fortunate eccezioni, probabilmente non sono bravi come noi altri!

Tra i grandi problemi di un grower oltre al proibizionismo, vi è il pregiudizio sociale: spesso la disinformazione e le notizie calunniose hanno rovinato la nostra reputazioneCosa ci abbia spinto a coltivare la prima volta? Potrebbe avere una risposta diversa per ognuno di noi, ma spesso è stata semplice curiosità. A prescindere dal titolo di studio, abbiamo tutti un elevato grado d’istruzione in merito alla cannabis. Ci siamo formati leggendo articoli e libri, confrontandoci con chi ha la stessa passione, guardando filmati su internet, seguendo forum, e interrando un seme ogni volta che trovavamo un luogo sufficientemente discreto.

Abbiamo sostenuto un esame ogni volta che qualcuno ha fumato i nostri fiori. I nostri master formativi sono state tutte le prime volte che abbiamo fatto i conti con parassiti, muffe e carenze nutrizionali. Non abbiamo attestati che certifichino le nostre competenze, né un albo a cui inscriversi. Abbiamo decine di coltivazioni d’esperienza; e migliaia di piante che mostriamo orgogliosi attraverso foto e video. Nel curriculum siamo fieri di inserire le disavventure legali derivate dalla nostra passione, perché il pregiudizio ci fa schifo e ci teniamo a dimostrare che siamo fisicamente antiproibizionisti. Se per la legge è un crimine coltivare e consumare cannabis, per noi è un crimine mantenerla illegale.

Noi grower siamo, per necessità, molto discreti; ma non ci imbarazza esternare le nostre idee, perché sappiamo di essere moralmente, scientificamente e statisticamente nel giusto. Abbiamo imparato a far valere le nostre ragioni con i nostri genitori, fratelli e sorelle, compagni e amici; e lottiamo per fare lo stesso nelle aule dei tribunali. Chi lo fa per passione, vorrebbe farlo per lavoro; e chi oggi lo fa per lavoro ha creduto in un sogno ed ostinatamente ha lottato sino a realizzarlo.

Dov’è legale, un grower professionista può percepire stipendi che arrivano anche a 10mila dollari al mese ed avere una percentuale sul raccolto. Dov’è illegale può guadagnare molto di più, ma avrà contro la legge e le narcomafie. I grower professionisti lavorano per aziende produttrici di cannabis, ovunque sia legale o altamente tollerata, o per aziende produttrici di semi. Chi coltiva per passione, lo fa spesso a casa propria; anche se la legge lo vieta. A volte favorisce gli amici che preferiscono contribuire alle spese di produzione e usufruire di un buon prodotto, piuttosto che sovvenzionare associazioni criminali che vendono merce di dubbia provenienza e, quasi sempre, di scarsissima qualità.

Non è raro che, chi richiede illegalmente l’aiuto di un grower, sia una persona che necessita di cannabis a scopo terapeutico, ma che non può permettersi l’acquisto in farmacia e non ha diritto alla fornitura gratuita a carico dello Stato. Ricordo però che, in Italia, produrre cannabis e donarla (a qualsiasi titolo) è considerato “spaccio”; come è considerata “cessione” passare una canna, e rimane un crimine coltivare questa pianta senza averne l’autorizzazione.

Tra i grandi problemi di un grower, oltre al proibizionismo, vi è il pregiudizio sociale: spesso la disinformazione e le notizie calunniose hanno rovinato la nostra reputazione, mettendoci contro persino i parenti.

Anche se negli ultimi 10 anni, grazie alla controinformazione, le cose sono mutate notevolmente, far accettare la scelta di consumare e produrre cannabis è ancora estremamente difficile: per chi vive in Italia, dichiarare di far questo mestiere, fa storcere il naso all’80% delle persone; mentre il 20% rimane assolutamente affascinato.

I proibizionisti ci definiscono tossici e produttori di droga, quando in realtà siamo semplicemente cittadini che pretendono la logica libertà di coltivare la propria passione e beneficiarne a piacimento. Siamo ribelli, lo ammettiamo, ma non creiamo danni alla società; anzi potremmo essere utilissimi nella produzione di cannabis medica dato che, lo Stabilimento Chimico Farmaceutico di Firenze, nonostante le autorizzazioni e le sovvenzioni Statali, ha prodotto sempre pochissimo.

Per concludere, vi racconto l’imbarazzante rapporto che intercorre tra noi e le forze dell’ordine: dormiamo sonni profondi, ma ci svegliamo di soprassalto se bussano alla porta quando non aspettiamo visite. Se non fosse per il proibizionismo, essendo persone oneste, non ci verrebbe mai l’ansia a un posto di blocco. Cambiato questo illogico divieto, non dovremmo più discutere con agenti e militari che si impegnano ad “applicare la legge”, ma che sempre più spesso si dichiarano favorevoli alla legalizzazione, anche mentre ci mettono le manette. 

TG DV


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