La popolazione mondiale continua a crescere, le foreste a essere abbattute per creare campi agricoli. Abbiamo riempito il pianeta di pozzi, raffinerie, impianti chimici, abbiamo causato cambiamenti climatici, abbiamo praticato la pesca irresponsabile, tollerato i bracconieri. Ci siamo avvelenati con i pesticidi e immolati al consumismo più sfrenato.

Siamo 7.5 miliardi di persone, il doppio di 40 anni fa. Trecento specie di mammiferi sono in via di estinzione perché ne consumiamo troppi per nutrirci. Abbiamo usato energia, terra e acqua più di quanto potessimo permetterci. Dal 1950 a oggi abbiamo tirato su dal mare 6 miliardi di pesci, grazie alla pesca industriale, restituendo in cambio plastica. Il 90% dei coralli è a rischio di estinzione. Abbiamo abbattuto le foreste per farci piantagioni di soia o di olio di palma. Nella savana tropicale ogni due mesi scompare un’area grande quanto Londra. La metà delle orche assassine morirà per inquinamento chimico nel mare.

Il risultato è scritto: 60% delle specie animali scomparse negli ultimi 40 anni. Le cifre impressionanti sono state rese note dal WWF mondiale Living Planet Report 2018. Lo studio ha coinvolto 59 scienziati in tutto il pianeta e ha concluso che noi uomini stiamo distruggendo gli equilibri che in milioni di anni ci hanno permesso di sviluppare la nostra civiltà.

Ma allora, perché ci preoccupiamo così poco della biodiversità che continua a calare? Perché è un processo che accade spesso lontano dai nostri occhi. Non ce ne accorgiamo, e invece occorrerebbe ripensare lo status quo, smetterla con il sovrasfruttamento del pianeta.

Il mondo si riunirà per parlare di tutte queste cose nel 2020, in un meeting all’ONU per discutere ancora di cambiamenti climatici, di oceani e biodiversità. Chissà quante altre specie andranno perse in questi due anni che ci aspettano. E chissà quante parole nel frattempo.

 





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