Il 1° Febbraio 2021 l’esercito militare prende il potere attraverso un colpo di stato. I rappresentati del partito di maggioranza, la NLD, vengono arrestati e Aung San Suu Kyi, che era di fatto il capo del governo, portata in una località ad oggi ignota. All’inizio di Marzo un tribunale birmano ha lanciato nuove accuse contro di lei e nel video del processo San Suu Kyi sembra in buona salute, ma i dettagli della sua sparizione sono fino a qui sconosciuti. Nel frattempo l’esercito ha velocemente serrato e blindato le comunicazioni all’interno del paese. Le linee telefoniche sono spente nella capitale Naypytaw e nella città cardine Yangon, la tv non trasmette nulla, agli organi di stampa viene revocata la licenza. Il blocco dei social network è solo l’inizio dell’anno di emergenza dichiarato dalla giunta militare insediatasi al potere.

Il colpo di stato è avvenuto per una molteplicità di fattori e rancori che coinvolgono i militari del partito USPD (Partito per solidarietà e sviluppo dell’Unione) e il partito di Aung San Suu Kyi, la NLD (Lega nazionale per la democrazia). La vittoria di San Suu Kyi alle elezioni per il nuovo parlamento scatenano le contestazioni dei militari per presunti brogli e la situazione passa da tesa a incandescente nel giro di pochi giorni, con sommosse, guerriglie e sparatorie. Il giorno in cui il nuovo Parlamento si sarebbe dovuto riunire per la prima volta si accende la miccia dell’insurrezione e i militari mossi da Min Aung Hlaing impediscono ai parlamentari di raggiungere la sede, si radicano all’interno del Parlamento e arrestano i rappresentanti della NLD.

A guidare questo colpo di stato è una figura già nota nella storia della Birmania. Il generale Min Aung Hlaing, capo dalle forze armate dal 2011, ha degli inquietanti retroscena nella sua carriera. Dal 1977 è il principale fautore della guerra contro le minoranze etniche in Birmania e il suo nome viene associato alla strategia sadicamente nota come “i quattro tagli”, cioè l’isolamento dei ribelli attraverso l’interruzione dei rifornimenti di cibo, soldi, informazioni e sostegno. A fine Gennaio, durante una videoconferenza, il generale Hlaing si rende protagonista di una proposta per l’abolizione della Costituzione in Birmania e solo alcune settimane dopo l’ipotesi è diventata realtà. Il generale si autoproclama nuovo capo del governo e le sue prime parole come rappresentante dello stato fanno riferimento alla democrazia attraverso la disciplina. Come in un romanzo di Orwell.

Nel frattempo le manifestazioni contro Hlaing diventano sempre più grandi e violente. Negli scontri del 28 Febbraio fra lacrimogeni e granate stordenti muoiono 18 persone. Anche i medici che scioperavano contro il nuovo governo rientrano in servizio per curare centinaia di manifestanti. È infatti in corso uno sciopero nazionale a cui stanno partecipando quasi tutte le classi dei lavoratori. Il paese è interamente bloccato e anche la giunta militare rimane paralizzata in un potere che per ora, per fortuna, non può esercitare.

Il nuovo governo, formato da 11 ufficiali dell’esercito, promette nuove elezioni senza specificare quando, e assicura che il potere verrà totalmente trasferito al partito vincitore. C’è naturalmente chi ha seri dubbi riguardo le volontà democratiche del generale della sua giunta, perché nonostante il processo di democratizzazione degli ultimi trent’anni (che in realtà nemmeno sotto Aung San Suu Kyi aveva fatto grandi passi in avanti) i militari non si sono mai ritirati dalle vicende politiche e hanno tuttora una fortissima influenza nella vita sociale del paese.

L’unico impegno in cui il governo pone tutte le sue attenzioni è la repressione durissima di migliaia di manifestanti, con ronde notturne, cariche e blitz incessanti. I deputati NLD che non sono stati arrestati hanno costituito comitati insieme alle amministrazioni locale di supporto, composti da “chiunque stia facendo parte del movimento di disobbedienza civile e sia a favore della democrazia”. Da Yangon a Mandalay  si muniscono di elmetti e maschere anti gas, fra le strade si costruiscono barricate e gli scontri notturni con la polizia procedono a spari, arresti e sparizioni sospette.

Il 27 marzo è stato il giorno più sanguinoso dal colpo di stato. Non ci sono conteggi ufficiali dei morti, ma secondo la stima di Myanmar Now, un sito di notizie che ha anche una versione in inglese, sarebbero almeno 114 in tutto il paese. Il gruppo di attivisti “Associazione di assistenza per i prigionieri politici” stima che dall’inizio delle proteste i morti siano stati più di 400.





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