Le immagini delle mobilitazioni in Catalogna, centinaia di migliaia di persone che sono scese in strada per protestare contro la sentenza di condanna dei leder politici e civili catalani, hanno fatto il giro del mondo.

All’annuncio delle durissime pene detentive – dai 9 ai 13 anni – gli indipendentisti hanno subito risposto con cortei e azioni pacifiche organizzate attraverso i social, soprattutto Telegram. La prima di queste iniziative, tutte ben coordinate dai CDR (Comité de Defensa de la República, l’ala più radicale del movimento) e dai movimenti Tsunami Democratic e Picnic X la República, è stata l’occupazione dell’aeroporto di Barcellona per diverse ore.

Com’era prevedibile, la risposta violenta da parte delle forze dell’ordine non si è fatta attendere. Già in aeroporto sono arrivate le prime cariche della polizia in assetto antisommossa, pioggia di manganellate e uso dei proiettili di gomma illeciti, le “balas de goma”. Il messaggio è chiaro: il governo centrale risponde alle contestazioni pacifiche con la forza, il fenomeno va affrontato come un mero problema di ordine pubblico. Niente dialogo, niente mediazione, niente soluzione politica. A questo punto le proteste dilagano e toccano le principali città del territorio dove assumono, per la prima volta in tutti questi anni di contestazioni, carattere di rivolta. Se di giorno si organizzano marce per la libertà e iniziative pacifiche, la sera si fanno le barricate e gli scontri si susseguono per varie notti.

Il bollettino dei feriti in questa prima settimana di lotta ci parla di centinaia di feriti, alcuni dei quali in condizioni gravi come il manifestante che ha perso un occhio a causa dell’impatto di un proiettile di gomma. Ma le contestazioni non sono circoscritte alla sola Catalogna, anche altre città delle isole Baleari e della Comunidad Valenciana, così come nei Paesi Baschi e a Madrid, hanno visto manifestazioni di protesta contro la sentenza di condanna. Proteste puntualmente represse dalla polizia che ha arrestato duecento manifestanti, molti dei quali ancora in carcere e in attesa di processo.

Lungi dal risolversi, il conflitto catalano resta vivo e si è imposto all’attenzione internazionale. Per provare a comprendere le ragioni di questo malcontento popolare e delle imponenti mobilitazioni, è necessario fare una panoramica delle vicende politiche degli ultimi anni.

Correva l’anno 2006 quando l’allora presidente della Generalitat de Catalunya, Pasqual Maragall, si mise al lavoro per riformare lo statuto di autonomia che risaliva al 1979. Il nuovo testo, nel quale si riconosceva alla Catalogna lo status di nazione e si parlava della Spagna come “nación de naciones”, approdò al Congreso de los diputados che però lo ridimensionò molto, quasi svuotandolo di contenuto. È importante segnalare come in quell’occasione la destra catalana, oggi tra le principali forze indipendentiste, partecipò al ridimensionamento del testo a cambio di qualche promessa politica. Nonostante tutto, il nuovo statuto era ancora in piedi, ma il PP (Partido Popular) fece ricorso al Tribunale Costituzionale spagnolo che, fortemente influenzato da correnti politiche conservatrici, nel 2010 ne annullò il valore politico dichiarando incostituzionali quasi la metà degli articoli che lo componevano.

Il bollettino della prima settimana di scontri conta centinaia di feriti

Di fronte all’ennesimo ‘no’ di Madrid, l’indignazione popolare cresce e cresce la richiesta ai politici catalani di proseguire sulla strada di una sempre maggiore autonomia e, perché no, di puntare all’indipendenza.

All’insoddisfazione politica della popolazione si aggiunge l’impatto della crisi economica ed è qui che la destra catalana, di nuovo per calcoli politici, fa sua la causa indipendentista e fa fare al conflitto un salto di qualità.
In questi ultimi anni, il movimento nazionalista acquista sempre maggior forza raccogliendo al suo interno alleanze trasversali che rappresentano una buona parte della società catalana nel suo insieme. Si arriva così al 2017, quando il movimento indipendentista forza la mano e indice il referendum per l’autodeterminazione, di fatto non previsto dalla Costituzione spagnola. Il governo spagnolo tenta di impedirlo inviando imponenti forze di polizia che provocano gli scontri del primo di ottobre di due anni fa, con tanto di feriti e arresti. Un mese dopo, i leader pacifici catalani vengono condotti in prigione, dove dovranno restare ancora a lungo per la pesante sentenza di condanna per sedizione.

La drastica decisione del Tribunal Supremo, la settimana scorsa, non fa che aggravare ulteriormente una situazione già tesa, allargando la frattura esistente tra Madrid e Barcellona. Urge lavorare per trovare al conflitto una soluzione politica, se ciò non succederà si corre il rischio di far radicalizzare un’intera generazione: più di un milione di giovani che si domandano a cosa serve uno Stato che alle richieste dei catalani risponde sempre con la polizia e con i giudici. Se Madrid non sarà in grado di dialogare, è auspicabile, e forse probabile un intervento della Comunità europea.





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