L’MDMA è l’ingrediente principale dell’ecstasy. Di questa sostanza sappiamo che, come tutte le amfetamine, agisce su quasi tutti i principali neurotrasmettitori (dopamina, noradrenalina e soprattutto serotonina, tra gli altri) e ha un tipo di effetto complesso, che si esplica in maniera diversa nel tempo e che non è ancora del tutto noto. Di certo si sa che può causare gravi disidratazioni, innalzamento della temperatura corporea al di sopra dei 40 gradi, irregolarità cardiache, scompensi di diversi organi e soprattutto danni epatici che possono arrivare fino all’epatite fulminante e alla morte, in assenza di un immediato trapianto di fegato. Inoltre, passato l’effetto (dopo 8-9 ore), causa depressione, talvolta panico, irrequietezza, diarrea, nausea, perdita dell’appetito e numerosi altri sintomi ben poco estatici e molto sgradevoli. Come mai quindi una sostanza così problematica viene studiata come potenziale medicinale?

Attualmente l’MDMA è alla fase 3 della sperimentazione clinica, che è quella in cui vengono coinvolte le persone – non meno di 200 – per studiarne gli effetti. Nella fase successiva si passa al monitoraggio sulla popolazione che inizia a farne uso regolarmente come farmaco, cosa che potrebbe accadere entro il 2021. La ragione per cui l’MDMA sta letteralmente bruciando le tappe sta nel numero di persone che soffrono di disturbo postraumatico da stress. In paesi come gli Stati Uniti, dove i reduci di guerra sono centinaia di migliaia, sta assumendo le dimensioni di una vera e propria emergenza sociale (a seconda delle statistiche, ne soffrirebbe tra il 10 e il 30 per cento degli ex combattenti, e il 7 per cento della popolazione civile, con otto milioni di nuovi eventi ogni anno). Ma l’MDMA non è in studio solo per il disturbo postraumatico da stress: potrebbe essere utile anche nell’alcolismo.

Alla base del meccanismo d’azione dell’MDMA ci sarebbe il suo effetto sulla memoria. Nel disturbo postraumatico da stress, così come nell’alcolismo, ciò che non funziona a dovere è proprio il ricordo: piccolissimi dettagli o stimoli insignificanti possono scatenare una reminiscenza che riporta ai traumi subiti, o al desiderio di bere. L’MDMA è in grado di interrompere quel circuito vizioso.

Una nuova ricerca del King’s College di Londra pubblicata su The Journal of Neuroscience ha dimostrato che l’MDMA aiuta le persone anche a cooperare meglio andando ad agire nelle regioni del cervello collegate all’elaborazione sociale. Utilizzando le scansioni MRI si è scoperto che l’MDMA ha aumentato l’attività nelle aree note per essere importanti nella comprensione dei pensieri e delle intenzioni delle altre persone. «Comprendere l’attività cerebrale alla base del comportamento sociale – ha spiegato il professor Mehta – potrebbe aiutare a identificare ciò che non va nelle condizioni psichiatriche. Data la natura sociale della psicoterapia, capire come l’MDMA influisce sull’interazione sociale fa luce sul perché il farmaco potrebbe diventare uno strumento prezioso nel trattamento dei pazienti». Sempre, beninteso, nell’ambito di una psicoterapia completa.





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