Davanti alle immagini di caos e disperazione, di panico e guerra, che arrivano in queste ore dall’Afghanistan, dove i talebani hanno ripreso il controllo del Paese, si stanno spendendo tante parole. Ci si domanda soprattutto di chi siano le responsabilità. Sotto accusa finiscono inevitabilmente gli Usa, ma è l’Occidente tutto a essere chiamato in causa.

Mentre le analisi si accavallano, tornano illuminanti le riflessioni di Tiziano Terzani, grande giornalista e scrittore, che ben conosceva l’Asia e Kabul. In una lunga lettera intitolata “Il Sultano e San Francesco” riportata sul Corriere della Sera rispondeva così alla collega Fallaci in riferimento alle dure posizioni della giornalista dopo l’attentato alle Torri Gemelle.

«A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente alleate cin gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran.

Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli orribili talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l’imminente attacco contro l’Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti.

È per questo che nell’America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’industria petrolifera con quelli dell’industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’interno del paese, in ragione dell’emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l’ America così particolare

Un’analisi, di cui quanto sopra costituisce solo un estratto, che non può prescindere dalla sua premessa.

«Da che mondo è mondo non c’ è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmeno questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’ aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’ inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili

Un’occasione che l’uomo s’intestardisce a non cogliere.

 





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