Tra i tanti dubbi che, in questo periodo di quarantena forzata, riempiono chat e social di tutti noi ci sono quelli relativi ai numeri reali della pandemia da Covid-19. Sul numero dei contagiati e dei morti, sul modo in cui questi ultimi vengono conteggiati, sul reale tasso di mortalità ed – in definitiva – su quanto il nuovo coronavirus sia realmente pericoloso per la salute pubblica, in un quadro schizofrenicamente diviso tra chi intravede una nuova peste e chi invece continua a sostenere che, in fondo, si tratta solo di una forma influenzale come tante. Dare un quadro preciso è, come vedrete, missione da veggenti più che da cronisti, ma alcune conclusioni possono essere abbozzate.

Il reale numero dei contagiati in Italia: missione impossibile. Al bollettino del 19 aprile 2020, si contano in Italia 178.972 casi ufficiali di positivi al Covid-19 (nel mondo hanno superato i 2,3 milioni). Ma il dato è attendibile? Assolutamente no. Naturalmente il numero dei positivi dipende naturalmente dal numero dei tamponi effettuati. Se questi ultimi coinvolgono solo persone già gravi, al momento del ricovero in ospedale a seguito delle complicazioni respiratorie, è ovvio che quasi tutti i casi con scarsa o nulla sintomatologia rimangano sommersi. E’ stato ammesso anche da colui che i dati ufficiali li decanta ogni giorno: il capo della protezione civile Angelo Borrelli, secondo il quale «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile». Di fatto si può ritenere che i contagiati in Italia viaggino verso i due milioni. Ma potrebbero essere anche molti di più, altri studi ne stimano infatti fino a 5 o 6 milioni. E’ d’altra parte certificato da molteplici ammissioni di medici e addetti sanitari che, specie nei giorni clou dell’emergenza, i tamponi sono stati fatti solo ai casi che già mostravano gravi sintomi, senza sottoporre al test – per mancanza di personale e laboratori d’analisi – chi mostrava sintomi lievi e chi era stato a diretto contatto coi positivi e quindi aveva buone possibilità di aver contratto il virus. Un opinione che è anche rafforzata dai dati ufficiali che dimostrano come fino al 20 di marzo si siano fatti in media tra 15 e 20 mila tamponi al giorno, contro gli attuali 50/60 mila. Insomma, l’attesa quotidiano del bollettino delle ore 18 con l’aggiornamento dei contagi lascia il tempo che trova.

Il reale numero dei morti in Italia: anche qui poche certezze. Si potrebbe pensare che almeno il numero dei morti certificati come vittime del Covid-19 sia un dato che permette di migliorare l’accuratezza dell’analisi. Ma anche questo non è veritiero. Di certo ci aiuta a rafforzare la convinzione che il numero dei casi certificati in Italia sia molto più basso rispetto alla realtà, altrimenti non si spiegherebbe per quale ragione il tasso di mortalità del virus in Italia sia spropositatamente alto rispetto a molti altri paesi del mondo: il 13% circa contro il 6,5% circa riscontrato a livello mondiale ed addirittura il 3% attualmente certificato in Germania. Tuttavia anche le morti certificate sono, almeno in Italia, sottostimate rispetto alla realtà. Ad esempio, in una casa di riposo a Quinzano d’Oglio, in provincia di Brescia, tra il 7 e il 30 marzo sono morti 33 ospiti. Solo uno di questi è stato certificato come morto a seguito del Covid-19, gli altri sono deceduti all’interno della struttura, senza essere ricoverati e senza che gli sia stato mai effettuato il tampone. Quindi non sono certificati come deceduti a causa della pandemia. Tuttavia in quella casa di cura, ha raccontato il direttore della struttura, muoiono mediamente 1 o 2 ospiti al mese, quindi è altamente probabile che almeno una buona parte di quei 32 deceduti sfuggiti alle statistiche avesse contratto il virus.

Tanti i decessi fuori dalle statistiche. Casi analoghi sono stati segnalati nelle case di riposo di tutta Italia, specialmente nelle zone maggiormente colpite dal contagio. Inoltre molti medici ed operatori del 118 hanno testimoniato come nei giorni clou dell’emergenza molte persone con sintomi analoghi a quelli del Covid-19 siano morte in casa, senza mai essere ricoverate per mancanza di posti letto nei reparti dedicati all’emergenza degli ospedali, sfuggendo quindi ad ogni statistica. Un ulteriore dato in questo senso sta iniziando ad arrivare dalle statistiche sulla mortalità riscontrate nel marzo 2020 rispetto agli stessi periodi degli anni precedenti. Un’analisi che diversi studiosi chiedevano da tempo, giudicandola l’unità di misura più attinente per verificare la reale letalità del virus. Ebbene, nelle prime tre settimane di marzo 2020 i decessi nella maggior parte dei comuni del centro-nord maggiormente colpiti dall’emergenza sono raddoppiati, con punte di mortalità che hanno raggiunto il 400% nella bergamasca, fino a impressionanti dati di +937% ad Alzano Lombardo e +1366% a Ponte S. Pietro (Bergamo). Di analizzare complessivamente i dati si è occupato l’Istituto Cattaneo, concludendo che al 21 marzo 2020 i deceduti a causa del coronavirus in Italia erano stimabili in 8.740 casi contro i 4.825 riportati nei dati ufficiali.

i dati sulla mortalità registrata nel 2020 (linea rossa) rispetto al 2019 (linea blu) in alcune città italiane

L’unico dato attendibile è che non ci sono dati attendibili? Ricapitolando. Fino ad adesso siamo in possesso dei seguenti dati: un numero di contagi unanimamente considerato sottostimato di almeno 10 volte ed un numero dei morti assolutamente non attendibile. A questi si aggiunge un numero dei guariti che sicuramente non rappresenta il vero numero dei guariti (anche perché non è neppure stato comunicato come questo dato venga calcolato: ad esempio, riguarda solo i dimessi dagli ospedali o anche la gran parte di malati che hanno trascorso la degenza a casa?) e un numero dei tamponi che certamente non coincide con il totale delle persone controllate, visto che quello comunicato giornalmente comprende anche il doppio tampone che viene verificato a distanza di 24 ore su una stessa persona per verificarne la guarigione. La verità è che si è scelta la via di lasciare tutto in mano agli scienziati, deresponsabilizzando la politica, ma con una serie di dati ancora così approssimativi neppure Nostradamus potrebbe fare previsioni azzeccate. Tanto è vero che anche la curva dei contagi che era stata prevista dal governo italiano – certamente preparata da scienziati ed esperti – all’inizio delle misure di lockdown, si è rivelata del tutto sballata.

Cercando di capire la reale letalità del virus Covid-19. Quindi a questo punto possiamo provare a rispondere alla domanda delle domande, ovvero: quanto è letale realmente il coronavirus? Ogni studioso che si sia cimentato nell’impresa sottolinea come sia prematuro ragionare sui dati mentre la pandemia a livello mondiale non ha neppure superato il suo picco. Ogni statistica per essere attendibile deve basarsi quantomeno su dati consolidati e definitivi – certo – ma noi comuni cittadini possiamo pur sempre accontentarci di provare a farci un’idea con i dati attualmente disponibili. Ricordate la nave da crociera Diamond Princess, quella rimasta ormeggiata a fine febbraio nel porto di Yokohama, in Giappone, a causa del virus diffusosi a bordo? Ecco questo è ciò che nella ricerca viene definito un caso perfetto: un numero di persone limitato (3.711 quelle a bordo) e chiuso, dove è stato effettuato il tampone a tutti ed è stato possibile verificare il decorso del contagio su tutti i positivi. Sulla nave gli infettati dal virus sono risultati 705 e tra questi i deceduti sono stati 7. Il campione è piccolo, ma diversi studiosi, a cominciare da un gruppo di ricercatori italiani e svizzeri che hanno pubblicato uno studio sul tema, sono inclini a pensare che l’1% riscontrato sulla nave sia un dato piuttosto attendibile riguardo alla letalità del virus Covid-19. Anche altri studi sono giunti a ipotizzare conclusioni non molto distanti. Una ricerca condotta su un migliaio di pazienti cinesi e pubblicata sul New England Journal of Medicine lo ha rilevato dell’1,4 percento, mentre secondo uno studio pubblicato sul China CDC Weekly il tasso di mortalità della COVID-19 per la Cina continentale è del 2,3 percento. In Italia, l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) ha stimato il tasso di letalità all’1,14%. Insomma, la forbice è piuttosto ampia, ma gli studiosi sono piuttosto concordi a ipotizzare che il Covid-19 uccida un contagiato su cento o poco più.

Azzardare una conclusione: missione impossibile? Si può provare a trarre delle conseguenze da queste analisi. E’ certamente una missione azzardata ma qualcosa si può provare a portare a casa. Innanzitutto il Covid-19 rispetto a una normale influenza stagionale è certamente più letale (quest’ultima ha un tasso di letalità molto inferiore all’1%, nelle stagioni medie di circa 0,1 – 0,2%), ma appare ormai chiaro che non produrrà una mortalità paragonabile ai peggiori virus diffusisi nella storia. Di certo provoca piuttosto spesso complicazioni polmonari gravi che in circa il 5% dei casi necessitano di un trattamento in reparti di Terapia Intensiva. Questa, infondo, è la ragione per la quale nel nostro paese (e in buona parte del mondo, anche se poi non è così vero che tutti “hanno fatto come l’Italia”) si è proceduto a regole di lockdown così ferree. Tanto è vero che un paese come la Germania che partiva da una disponibilità di 20.000 posti in terapia intensiva rispetto ai poco più di 5.000 dell’Italia, si è potuta permettere un approccio decisamente più razionale all’emergenza, gestita attraverso misure rigorose ma meno coercitive e soprattutto tramite strategie di contenimento basate sul ricorso sistematico ai tamponi ed al monitoraggio dei casi a rischio.

una delle immagini simbolo di questa emergenza, la polizia si dirige verso un bagnante solitario sulla spiaggia di Rimini

Tutti ai domiciliari (anche) a causa di 30 anni di tagli alla spesa pubblica. Ovviamente per attuare una strategia come quella tedesca – dove, è bene ricordarlo non esiste alcun obbligo di rimanere a casa ma si può andare al parco, a passeggiare o a correre senza alcuna autocertificazione ma semplicemente evitando gli assembramenti – servirebbe una struttura simile a quella del sistema sanitario tedesco. Non solo sufficienti posti in ospedale, ma anche un numero ampio di medici e infermieri, centri di ricerca e laboratori in grado di effettuare rapidamente tamponi ed elaborarli anche in larga scala, e soprattutto unità sanitarie locali con le dimensioni e le professionalità giuste per seguire da vicino i casi più a rischio, a cominciare da anziani e persone con patologie pregresse. Se c’è una conclusione che può essere già tratta, questa è una chiara lezione politica. Da almeno 20 anni in Italia la soluzione propugnata come panacea di tutti i mali di bilancio è stata considerata la riduzione delle spese, i tagli ad ogni settore pubblico, l’appalto di quanti più servizi possibili – essenziali compresi – all’imprenditoria privata, comprese quelle case di cura dove gli anziani stanno morendo a fiotte. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per far fronte a queste carenza abbiamo dovuto dividere la popolazione italiana in due categorie: metà obbligata a stare a casa, metà invece obbligata a continuare a produrre anche in scarse o nulle condizioni di sicurezza per continuare ad alimentare un sistema capitalistico basato sui profitti di un manipolo di grandi aziende (dai colossi della metalmeccanica alle multinazionali dell’e-commerce e delle consegne a domicilio) che evidentemente non possono essere fermate. Sarebbe serio riflettere su questo in vista del prossimo giro.

Altre cose che andrebbero tenute a mente per il prossimo futuro. A voler fare un piccolo sforzo in più ci sarebbero anche altre cose da imparare da tutta questa faccenda. Andando fino in fondo si potrebbe capire, ad esempio, che anziché dare dell’untore a chi esce di casa per fare quattro passi sarebbe il momento di esigere dai governi di agire sul serio contro l’inquinamento. C’è un altro fattore, infatti, sul quale nel mondo accademico c’è un certo accordo. La letalità del coronavirus è molto più alta nelle zone maggiormente inquinate. E’ stato già riscontrato in Cina e in Italia ed ora lo stesso sta avvenendo negli Usa: ci si ammala e si muore molto di più nelle regioni a più alta concentrazione industriale. Uno studio della Harvard TH Chan School of Public Health di Boston ha stimato che l’aumento di un solo microgrammo (μg) per metro cubo (m3) di particolato fine (PM2,5) provoca un aumento del tasso di letalità del Covid-19 pari al 15%. Non a caso in ampie zone della pianura padana questo dato si attesta a 29 μg/m3 di media, contro i 25 μg/m3 delle altre zone del paese. Sarebbe molto costruttivo se sui media si parlasse di questo, specie in un momento nel quale i poteri economici del paese spingono non solo per ripartire costi quel che costi, ma addirittura per cancellare le pur timidissime norme varate in questi anni per la riconversione ecologica della produzione in nome della corsa al Pil perduto. Evidentemente è molto più comodo incolpare chi va a fare una corsetta.





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