Ieri è morto un altro consumatore di sigarette elettroniche negli Stati Uniti. Secondo i giornali si tratta del settimo caso in meno di un mese e la causa è sempre la stessa: insufficienza polmonare con conseguente incapacità respiratoria. Ad accomunare i deceduti non solo il fatto di essere consumatori di e-cig ma, secondo quanto riportato dai media, anche quello di aver “svapato” liquidi contenenti THC, il principio attivo psicotropo della cannabis.

Il 6 settembre, uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine, ha cercato di fare un quadro della situazione, scrivendo che nel solo mese di agosto 2019 sono stati ricoverati negli Usa 215 pazienti per casi di disfunzioni respiratorie acute in seguito al consumo di e-cig e che “circa l‘80% delle persone che hanno svapato e si sono ammalate hanno riferito di aver usato sia prodotti a base di nicotina che tetraidrocannabinolo (THC) o cannabidiolo (CBD)”.

Il medesimo studio non giungeva però a conclusioni, specificando che: “È stato dimostrato che i fluidi per sigarette elettroniche contengono almeno sei gruppi di composti potenzialmente tossici: nicotina, carbonili, composti organici volatili (come benzene e toluene), particelle, tracce di elementi metallici, endotossine batteriche e glucani fungini. Inoltre due aromatizzanti hanno dimostrato di perturbare i normali percorsi di espressione genica correlati alle ciglia e ai processi citoscheletrici nelle cellule epiteliali bronchiali umane. L’effetto dell’aggiunta di ingredienti come THC o CBD a questo mix deve essere studiato”.

Ciò è stato sufficiente per creare un certo allarmismo, anche tra le testate giornalistiche italiane, che hanno fatto notare come i decessi avessero interessato consumatori di cannabis, facendone implicitamente la probabile causa delle morti. Ma se è provato che il THC non abbia fino ad oggi mai causato morti nel mondo, come è possibile che ne abbia causate sette in un mese? Naturalmente la realtà delle cose non è la stessa che è stata riportata dai media.

A fare luce sulla controversa questione è stato Jacob Borodovsky, un epidemiologo della Washington University School of Medicine di St. Louis che ha studiato le conseguenze delle sigarette elettroniche. In una intervista al Time ha dichiarato: “Per produrre il liquido per la e-cig, il THC viene sospeso in una soluzione oleosa che include anche sostanze chimiche utili a modificare il sapore o la consistenza della miscela che gli utenti inalano. Credo che i problemi polmonari non siano causati dal THC stesso, ma nel modo in cui questo è preparato”. Insomma, il problema andrebbe ricercato eventualmente nel modo in cui il THC viene lavorato e in come si lega chimicamente alle altre sostanze presenti nella e-cig.

Nel mirino di un report diffuso dai funzionari della sanità dello stato di New York sarebbe finito l’acetato di vitamina E, un additivo non autorizzato ma ritrovato in molti composti per la vaporizzazione a base di cannabis. Ma è stato ritrovato in molti composti, non in tutti quelli che hanno inalato le persone sentitesi male. Quindi, la ricerca continua. Nella consapevolezza che il problema non è la cannabis in sé, ma il modo in cui i composti vengono miscelati con altre sostanze chimiche.

Il consumo di cannabis “svapata” è in continuo aumento negli Usa. I numeri del business sono ormai da capogiro. Nei dispensari legali l’aumento delle vendite dei composti di marijuana per le e-cig è aumentato del 78% tra il 2017 e il 2018. Secondo il rapporto di una società di marketing, entro il 2022 le vendite di cannabis concentrata dovrebbero quasi raggiungere quelle delle infiorescenze, con un giro di affari di 8,4 miliardi di dollari.

Ma sulla produzione di concentrati di cannabis ci sono ancora vari problemi sul tavolo. I ricercatori faticano a studiare i migliori composti possibili a causa dello status legale della cannabis, ancora vietata a livello federale. Serve un permesso speciale, ottenuto solo da pochi centri, e si può lavorare solo con la cannabis prodotta appositamente per la ricerca dall’Università del Mississipi. Un fattore che sta causando grandi ritardi nella ricerca.

Inoltre, e forse è il problema più grande, anche negli stati dove la cannabis è legale una gran parte del commercio rimane in mano a canali illegali. In California, ad esempio, quasi 2 dispensari su 3 sono del tutto illegali e vendono anche concentrati di cannabis per lo svapo prodotti da aziende prive di autorizzazione. Su tutti questi prodotti non esiste controllo.

 

 





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