La quarantena per far fronte al Covid-19 è norma vigente ormai ovunque. Pur se è ragionevole presumere che la crisi sarà superata entro l’estate, almeno nei suoi aspetti più macroscopici, gli effetti degli annessi traumi psicologici potrebbero invece evidenziarsi, o emergere sotto forme inattese, ancora per molto tempo. In particolare gli esperti mettono in guardia sui potenziali rischi dei “danni collaterali”: l’aumento dei casi di traumi mentali ed emotivi, ovvero il disturbo post traumatico da stress (Dpts), che accomuna fra gli altri vittime di violenze sessuali, reduci di guerra; l’incremento dei casi di depressione acuta, suicidi o tentati suicidi inclusi, per via dell’isolamento prolungato o della perdita occupazionale, soprattutto tra i meno abbienti; la perdita di accesso alle cure mediche e alle prescrizioni, elementi cruciali per chi è affetto da disturbi mentali e/o cronici.

Un quadro preoccupante che va già occupando gli spazi pubblici, come testimoniano svariati interventi sul New York Times, in risposta al noto editorialista David Brooks che s’interrogava proprio sulla “salute mentale” dei lettori in queste settimane di quarantena forzata. Paura, ansia e depressione, solitudine e lacrime, terrore di beccarsi il coronavirus e grade ritorno delle disfunzionali famigliari, preoccupazione per un domani senza lavoro con bollette e debiti da pagare. Alcuni lamentano di dover far fronte a uno “stress invisibile” — un’ansia costante, mutevole, difficile da definire. Altri scrivono di sentirsi prosciugati mentalmente, più irritabili, incapaci di concentrarsi. Molti segnalano difficoltà di respirazione e affaticamento generale.

Simili situazioni e stati d’animo analoghi erano già emersi a seguito di eventi di forte disagio e traumi mentali, come per esempio, sempre negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre 2001 o l’uragano Katrina del 2005, e in alcuni Paesi africani con l’emergenza Ebola nel 2013. Purtroppo stavolta lo spettro potrebbe rivelarsi ancora più ampio: basti pensare ai famigliari dei deceduti, impossibilitati perfino a celebrare le esequie dei propri cari, al personale medico e d’emergenza con turni infiniti e scarse pause, a quanti si trovano in case di cura o in quelle di riposo per anziani.

Un ambito piuttosto articolato in cui gli psichedelici possono rivelarsi di grande aiuto – come dimostrato da vari test clinici, nel contesto del rilancio della ricerca scientifica sulle potenzialità di queste “sostanze proibite”. Soprattutto l’Mdma (3,4-Methylenedioxymethamphetamina) appare assai promettente per la cura del Dpts: in base ad alcuni recenti studi in Usa, possono bastare due sedute, affiancate dalla comune psicoterapia, per farne sparire i sintomi e quest’effetto può persistere per anni dopo l’ultima seduta. Non a caso l’ente non-profit Maps (Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies) è impegnato fin dal 1996 a finanziare e condurre un’estesa (e costosissima) campagna per legalizzarne l’uso medico, con 12 test clinici avviati in vari Paesi per oltre 200 pazienti. Anzi, nel dicembre scorso la Fda ha dato l’ok all’ampliamento dell’accesso al programma di psicoterapia coadiuvata dall’Mdma, con l’aggiunta di 50 pazienti affetti dal Dpts in 10 cliniche americane, mentre è ora in corso la terza e ultima fase di due test clinici basati sul protocollo speciale messo a punto dalla Maps: se tutto andrà come previsto, l’Mdma potrebbe essere legalmente prescritta dai medici statunitensi entro il 2021, e molti pazienti potranno trarre giovamento da quello che molti definiscono “l’antibiotico della psichiatria”.

La condizione psicofisica frutto dello stress post-traumatico aumenta l’attività nell’amigdala e diminuisce l’attività della corteccia prefrontale, la parte responsabile dell’elaborazione ad alto livello. Analogamente all’effetto di Lsd e psilocibina rivelato dalle immagini ad alta definizione nei test condotti tre anni fa dall’Imperial College – dove un anno fa è partito il primo centro al mondo completamente dedicato alla ricerca psichedelica – l’Mdma diminuisce l’attività nell’amigdala (la parte del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura) e incrementa l’attività nella corteccia prefrontale, attivando anche l’ippocampo, la parte del cervello che si occupa della memoria, in modo da potersi disfare dei ricordi repressi. Al contempo, la sostanza crea una sensazione di calma e benessere, producendo i neurotrasmettitori serotonina, ossitocina, edopamina, nonché la prolattina ormonale. Ciò significa che i soggetti che sono stati traumatizzati, in alcuni casi per decenni, possono finalmente rilassarsi e fidarsi del mondo esterno.

In base a questi dati e considerazioni, è quindi tutt’altro che campata per aria la proposta avanzata dal Dr. Morgan Campbell, psichiatra del Wisconsin, alle autorità statunitensi: accordare l’approvazione temporanea e urgente per l’uso di Mdma, Lsd e psilocibina nel trattamento del trauma mentale ed emotivo dovuto all’emergenza del coronavirus, ovviamente sotto diretto controllo medico. Sottolineando come la Fda abbia già dato semaforo verde per la somministrazione di hydroxychloroquine, generalmente usata per il lupus o la malaria, come possibile arma contro il Covid-19, “potrebbe fare lo stesso per le terapie relative al disturbo da stress post-traumatico, ambito in cui queste sostanze psichedeliche da anni si sono rivelate sicure ed efficaci”.





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