La dipendenza volontaria è la più bella delle condizioni” scriveva Goethe nei primi anni dell’Ottocento. E quella dell’uomo è in effetti una storia che parla proprio di questo, ovvero delle sue dipendenze. Queste riguardano praticamente ogni cosa: dal cibo alle relazioni umane passando, poi, per le droghe. È dipendenza tutto ciò di cui non puoi più fare a meno. Non importa se a mancare è un sentimento, una persona oppure una sostanza. Il risultato, in gradi differenti, sarà sempre lo stesso: malessere, tanto malessere. È questo il prezzo da pagare.

Ai tempi del coronavirus la questione delle dipendenze e dei consumi emerge come un drammatico effetto collaterale. In Italia i consumatori di stupefacenti sono infatti milioni. A parlarci di questi numeri sono le statistiche Istat ma anche i dati diffusi dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze. Tutto si trova in rete, consultabile dai siti ufficiali. La sostanza più diffusa? La cannabis. Poi ci sono cocaina ed eroina. I dati al riguardo parlano di centinaia di migliaia di consumatori. Tutto questo nonostante le politiche proibizioniste adottate dall’Italia. Politiche che, visti i numeri, meriterebbero una revisione.

Poi arriva il coronavirus, un’influenza di cui si sa ancora poco. Le persone si ammalano, il virus è particolarmente contagioso. L’Organizzazione mondiale della sanità parla infatti di pandemia. Dunque tutti in casa, vietato uscire.  Non solo da casa propria ma anche dai confini del comune di residenza. Per i trasgressori sono previste sanzioni. Negozi, ristoranti, bar, palestre sono chiusi. Per circolare è necessario avere in tasca un’autocertificazione che giustifichi i propri spostamenti. Anche chi si muove a piedi è sottoposto ai controlli delle forze dell’ordine. Questa, per un po’ di settimane, sarà la normalità.

Eppure ci sono esigenze che devono essere soddisfatte, a tutti i costi. Soprattutto se hanno a che fare con le sostanze stupefacenti. Essere a secco, in questi giorni blindati, può risultare più drammatico dell’essere contagiati. O almeno così stanno le cose nel vissuto di chi è abituato a consumare. E così questo consumo non si ferma mai. È fuori discussione. Al limite è possibile escogitare sistemi alternativi per entrare in possesso delle sostanze. Ma interrompere i consumi, e quindi il mercato, proprio non se ne parla. C’è chi fa scorte oppure chi si dà appuntamento al supermercato, uno dei pochi luoghi ancora con le saracinesche alzate. Chi verrà fermato potrà sempre rispondere che era a fare la spesa. E probabilmente non si tratterebbe nemmeno di una menzogna. “Abbiamo fatto scorta – racconta un giovane 23enne della provincia di Milano che consuma cannabis regolarmente -. Con alcuni amici abbiamo acquistato un buon quantitativo e ce lo siamo diviso: così, in questi giorni di obbligo forzato a casa, ci si rilassa un pochino. Due amici sono andati a casa del fornitore, l’hanno acquistata, poi l’abbiamo divisa. La fortuna è stata che tutto si è svolto dentro ai confini comunali. Tutto pulito. Alcuni conoscenti si sono dati appuntamento con i pusher al supermercato, in modo da eludere eventuali controlli”. La domanda può sorgere spontanea: in piena epidemia globale, perché pensare agli stupefacenti? Non ci sono cose più importanti da risolvere? “Si può fare a meno di tutto, anche della marijuana – continua il ragazzo -. È però una mia abitudine alla quale non ho voluto rinunciare. Ho fatto una scorta, non ho compromesso la salute di nessuno. Fumare erba è per me rilassante. Se fosse legale l’avrei fatta recapitare a casa: nessuno esce, nessuno disturba. Invece no perché è illegale. Tanta gente, nonostante i divieti, farà di tutto per comprare. Sembra stupido ma è un problema”. Di scorte ne ha fatte anche un 41enne residente a Milano: “Io fatico a dormire se non fumo un po’ – mi dice al telefono -. Come me ce ne sono tanti. Sicuramente la gran parte dei miei amici. Abbiamo una certa età, fumare è per noi una piccola forma di evasione quotidiana, mica per altro. Il virus crea qualche preoccupazione in più”. Un’evasione quotidiana che oggi può costare caro.

Ci sono poi persone che consumano ben altre sostanze, come cocaina e eroina. Per questi consumatori la situazione è oggi insidiosa. Soprattutto per coloro che frequentano i “boschi della droga”. Lì dentro, tra alberi e piante, abitano persone. E continuano ad abitarci, inevitabilmente. Non c’è altra scelta per loro. Ammalarsi potrebbe essere per loro problematico: il ricovero porta con sé l’impossibilità di consumare. Dunque astinenza certa, il demone di ogni tossicodipendente. In ospedale cocaina ed eroina non possono essere acquistate. Ammalarsi, per chi vive al limite, può portare a problemi legali: quando sei dipendente da una sostanza illegale, ad essere illegale sei pure tu. A parlarmi di questo è uno dei frequentatori del Parco delle Groane, nella provincia di Milano. Lui ha 39 anni. L’area boschiva è uno dei tanti outlet della droga della Lombardia. “Coronavirus? Mi preoccupa. Ma a preoccuparmi sono anche gli effetti di quello che sta accadendo. È sempre più difficile muoversi. C’è polizia ovunque, tutti a sospettare. Mi preoccupa rimanere senza coca: che ne sa la gente di cosa significa? Altro che virus. Se mi ammalo è brutta”. I consumatori di droga, in Italia, sono milioni. E nessuno interromperà i propri consumi. Nessuno rinuncerà alla compagnia della propria sostanza, soprattutto in questi giorni tesi e carichi di paure. Il proibizionismo, ai tempi della pandemia, è una complicazione in più. E lo è al di là di cosa si pensi su questi temi: droga sì, droga no… Una complicazione che fa poco rumore nonostante coinvolga milioni di persone. Numeri enormi, non trascurabili.

La questione delle dipendenze è emersa anche durante le rivolte delle carceri italiane dei giorni scorsi. Tutto è iniziato con il provvedimento di sospendere ai detenuti le visite dei famigliari. Il risultato? Carceri in fiamme, da nord a sud. E non solo. I primi luoghi a esser stati colpiti dalle sommosse sono state proprio le infermerie. È lì che si trovano farmaci come metadone, oppiacei, ansiolitici e antidepressivi. Le conseguenze di queste rivolte consistono in dodici detenuti morti per overdose da farmaci. Le forze dell’ordine indagano anche in questa direzione: interrompere le visite avrebbe bloccato l’ingresso degli stupefacenti nelle carceri, con la conseguenza che nessuno avrebbe potuto più consumare. Il pericolo per il detenuto riguarda così l’astinenza, non solo il virus. È una circostanza ben nota, questa. La droga in carcere è un problema antico. E il coronavirus potrebbe averlo fatto emergere, ancora una volta.

Ma fuori dalle carceri, tutto tace. L’esercito di consumatori là fuori continua la sua ricerca di sostanze, a tutti i costi. I consumatori, là fuori, qualcosa possono ancora farla. Per questo tutto sembra tacere. Una situazione, questa, che non aiuterà a uscire dall’emergenza. Perché la droga sarà sempre più forte di un virus. E questo, milioni di persone, lo sanno bene. Effetti collaterali del proibizionismo ai tempi dell’epidemia.

a cura di Daniele Pascale





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