Abbassando al massimo i volumi e i rumori che ci assillano quotidianamente, forse riusciremmo persino a sentirle. Una grande sinfonia ronzante si dispiega sulla penisola: l’Italia conta più o meno un milione e mezzo di alveari, piazzandosi al quarto posto su scala europea, per un conto che ammonta a circa 80 miliardi di api esistenti sul nostro territorio. E sono oltre 75mila gli apicoltori che lavorano nel settore, un comparto che vanta un’ottima media qualitativa con punte di eccellenza, ma non esente da problemi e interrogativi sul futuro, questioni che chiamano in causa cambiamenti climatici, il verde nelle nostre città, le produzioni su vasta scala, e così via.

Della vita delle api nel nostro paese, e di quello che occorre per salvaguardare un patrimonio naturale così pregiato, abbiamo parlato con Raffaele Cirone, presidente della FAI – Federazione apicoltori italiani, introducendoci in un settore che merita di essere scoperto – per chi già non lo frequentasse.

Partiamo da una panoramica sull’apicoltura in Italia oggi.
Nel 2019 viviamo una fase di rinnovato interesse verso l’apicoltura. L’anagrafe di cui disponiamo, che si riferisce agli alveari e agli operatori del settore, registra un indice di crescita, anche in discontinuità con gli anni passati; e questo mostra, soprattutto, un’attenzione crescente da parte delle nuove generazioni. La cornice più ampia, tuttavia, presenta non pochi problemi, a partire da quelli ambientali. Ci troviamo di fronte a un cambiamento climatico che sta modificando moltissimo i calendari di produzione e i risultati di questo allevamento. Fino a cinquanta anni fa – ma direi anche a trenta, vent’anni fa – era possibile svolgere un ragionamento quasi “matematico”: a fronte di una certa quantità di alveari, mi aspetto un corrispettivo in miele. Adesso non è più possibile, e le ragioni vanno individuate proprio nel cambiamento climatico.

Come si declina il cambiamento climatico nel dettaglio dell’apicoltura?
Nel calendario delle fioriture, ad esempio: non abbiamo più un appuntamento “classico” con le quattro stagioni. Negli ultimi anni stiamo registrando situazioni davvero allarmanti. L’annata “no” va messa in conto – grandini, siccità, gelate, ovviamente, sono sempre esistite – ma in apicoltura sta diventando un fenomeno frequente. Con conseguenze pesanti per i produttori di miele, sia grandi che piccoli; in Italia esistono tantissimi apicoltori che lavorano per produzioni su piccola scala. Per completare il discorso, anche la riduzione di piante e fiori, tra campagne e città, innesca problemi per le api.

A questo proposito, FAI ha promosso un progetto di biomonitoraggio urbano: cosa succede nelle grandi città?
“Api in città” è un progetto che ormai ha tanti anni di storia. Abbiamo inserito degli alveari nel centro di Roma, e accumulato negli anni una serie statistica che prova come l’ambiente urbano sia molto interessante dal punto di vista della biodiversità vegetale. Il caso di Roma è particolare: è una città a vocazione agricola, si estende su un territorio immenso che comprende parchi, fiumi, giardini. In questo contesto è intervenuto un fatto particolare: la scarsa manutenzione del verde, specialmente negli ultimi tempi, paradossalmente ha prodotto effetti positivi sulle api. In particolare lungo il bacino del Tevere l’abbandono del verde lascia proliferare essenze di vitale importanza per le api. Perché c’è da dire che una manutenzione troppo “rigida”, che taglia indistintamente prati e fiori, può rivelarsi nociva per l’habitat cittadino.

Insomma, l’ideale sarebbe combinare la manutenzione del verde urbano tenendo d’occhio certi habitat, certi equilibri…
Esattamente. In alcuni piccoli comuni, che ci hanno fatto richiesta, abbiamo elencato alcune prescrizioni: spargere nelle aiuole piante che producono nettare. Non trattarle chimicamente. Non falciare determinati fiori. Piccole attenzioni.

Di recente in Friuli-Venezia Giulia la procura di Udine ha sequestrato oltre duecento terreni agricoli per uso massiccio di fitofarmaci, dannosi per le api: come si combattono comportamenti di questo genere, che possono portare alla moria degli insetti?
Posso rivendicare, innanzitutto, che se esiste un percorso normativo che consente a un procuratore di perseguire certe azioni è anche grazie al percorso che abbiamo contribuito a costruire come associazione. Esiste una legge nazionale che proibisce il trattamento chimico durante la fioritura. Ma la questione non si limita a questo aspetto. Penso alle disinfestazioni, ad esempio quelle contro la zanzara tigre: questi interventi, spesso effettuati anche “a tappeto”, dal cielo, sono nocivi anche per le api – come pure per noi esseri umani. Con ciò non vogliamo certamente proibire le disinfestazioni: sarebbe utile però un confronto, un’azione coordinata in cui le amministrazioni redigono un calendario di interventi, specificando come intendono procedere, e a cui noi presentiamo alcune piccole proposte per evitare danni. Una campagna informativa, insomma.

Qual è la sua opinione sul tema della decrescita – ovvero produrre meno ma con più attenzione alla qualità – anche nel campo dell’apicoltura?

La nostra è una visione di apicoltura sostenibile, assolutamente, e siamo orientati a utilizzare l’apis mellifera ligustica, l’ape di casa nostra, la più diffusa al mondo: rustica, resistente, produttiva e mansueta. Questo carattere peculiare è stato abbandonato da molti apicoltori – ad orientamento economico intensivo, industriale – per comprare api geneticamente manipolate, in arrivo dal Nord Europa. Non si tratta di api naturali, ma risultati di incroci su incroci a livello genetico. È qualcosa che mi fa pensare all’immagine di “mucche da miele”. Così snaturiamo la caratteristica peculiare della biodiversità italiana, selezionata lungo la dorsale appenninica in condizioni avverse, quelle stesse che hanno prodotto nel tempo le nostre api.

Quali sono le tecniche migliori per l’apicoltura oggi, nel 2019? Che aiuti fornisce la tecnologia, e quanto conta invece la tradizione?
Sono due aspetti inevitabilmente connessi. Per dire: magari una banda zincata o stagnata con cui venivano realizzati certi accessori, oggi è stata sostituita da un acciaio sofisticato, però il principio tecnologico resta lo stesso. Così come il legno per costruire gli alveari, che può arrivare da paesi del Nord Europa. L’automazione, poi, ha ridotto la fatica umana, in un’attività fisicamente dispendiosa. Ma se dovessi esprimermi su qual è la vera rivoluzione, mi soffermerei sui sistemi analitici. Oggi possiamo misurare il DNA del miele, risalire alla razza di api produttrici, quali sono le provenienze geografiche, e così via.

Come si colloca l’Italia sul mercato internazionale, anche in relazione ai competitor da fronteggiare?
L’Italia, nel 2018, ha importato 25.000.000 kg di miele. Quantità e valori in costante diminuzione rispetto al passato. Il nostro principale fornitore, nel frattempo, è diventato l’Ungheria, che piazza in Italia la bellezza di 11.350.000 kg di prodotto, per un valore di 37.200.000 euro. È questo il fenomeno che deve preoccuparci, questo quantitativo rappresenta circa la metà dell’intero mercato italiano del miele, dietro questi flussi, che si aggiungono a quelli di Romania e Ucraina, potrebbero esserci sorprese sgradite, compreso quella del miele cinese sotto mentite spoglie.

Infine, un focus sulla vendita diretta: è molto diffusa nel settore? Quali sono i vantaggi per produttori e consumatori?
La vendita diretta è sempre stata un importante punto di forza per gli apicoltori. Anche nel nostro settore, come in tutto il comparto agro alimentare, i grandi margini li fa chi controlla gli anelli finali della filiera commerciale. Ecco perché gli apicoltori prediligono il rapporto diretto con i propri consumatori: in azienda, nei mercatini agricoli locali, in occasione di fiere e manifestazioni specializzate. I vantaggi sono reciproci: l’apicoltore vede meglio remunerato il proprio lavoro, il consumatore instaura un rapporto fiduciario con un produttore che apre le porte della propria azienda fino a renderla trasparente, al pari di un vasetto di buon miele del territorio.





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