L’estate trascorsa è stata assai calda e non solo climaticamente. Diversamente dagli anni precedenti, si è, infatti, avvertito un incessante attivismo sia da parte delle forze dell’ordine, che della magistratura inquirente, sul fronte cannabis. Perquisizioni e sequestri sono stati effettuati quotidianamente e ogni parte di Italia è stata coinvolta in questa nuova ondata, che, si può dire non abbia risparmiato né coltivatori, né commercianti. Cosa intendo evidenziare con queste notazioni? È presto detto.

Ci stiamo trovando in una situazione di ciclica e periodica attività di indagine penale, che culmina in operazioni che coinvolgono, nello stesso ristretto ambito geografico, molteplici operatori commerciali. Esse determinano sequestri di importanti quantitativi di merci. Soprattutto, però, cagionano gravi pregiudizi ad attività, che, a ben guardare, costituiscono un ceto imprenditoriale sul quale, però, lo Stato non esita e scaricare tutti gli oneri fiscali possibili.

È, però, necessario notare la singolarità dei percorsi e degli esiti di questi procedimenti, giacché, non mi risulta che, a tutt’oggi, alcun coltivatore (che operi ai sensi della L. 242/2016) ed alcun commerciante (che venda prodotti privi di efficacia drogante) sia stato condannato da un giudice italiano. Per la mia modesta esperienza, posso richiamare – allo stato attuale – una recente importante pronunzia assolutoria del GUP di Milano in favore di un commerciante, dopo che la perizia ordinata dal giudice su richiesta della difesa, aveva certificato che tutti i prodotti presentavano un tasso percentuale di THC < a 0,5%, oltre a qualche archiviazione. Ed è proprio sul tema delle archiviazioni che intendo soffermarmi.

Queste decisioni – che il PM sollecita al GIP – intervengono alla conclusione delle indagini preliminari, in quanto il PM finisce per rendersi conto della insostenibilità dell’accusa in dibattimento, o, comunque, in giudizio e usualmente (almeno per quanto mi compete) dopo un lungo braccio di ferro con la difesa. Sono richieste del PM e decisioni del GIP che, sovente (per non dire sempre), intervengono in sordina, molto diversamente dal clamore mediatico di cui si avvalgono perquisizioni e sequestri. I media raramente ne danno rilievo.

Il provvedimento di archiviazione è il riconoscimento della infondatezza della notizia di reato.

Taluno potrebbe, quindi, compiacersi, affermando che il sistema giudiziario italiano è munito di anticorpi, di strumenti processuali per prevenire inutili dibattimenti od errori giudiziari. Questa osservazione è vera solo in parte e mal si attaglia ai temi della cannabis.

È, infatti, evidente che se le modalità, con le quali vengono svolte le iniziali verifiche nei confronti dei commercianti e dei produttori di derivati della cannabis, fossero improntate a criteri di maggior razionalità e ad accertamenti tossicologici sulle sostanze di maggiore rapidità, ritengo che non si avrebbe la proliferazione di inutili procedimenti penali che si concludono in un nulla di fatto, un po’ come certe autostrade mai finite.

Sul piano contingente, basterebbe, infatti, in concreto che non si desse corso a sequestri globali, ma, come stabilito recentemente anche dal Tribunale di Genova, potrebbe apparire sufficiente una campionatura dei prodotti oggetto di indagine. Vale a dire un controllo mirato, all’esito del quale esiste una seria prognosi in base alla quale procedere o meno.
Per potere operare con maggiore logicità e minor pregiudizio per incolpevoli indagati, però, sarebbe, soprattutto, opportuno:
A) che la legislazione vigente in materia di stupefacenti e di canapa fosse più chiara e meno bizantina;
B) che, in assenza di auspicabili (ma improbabili) modifiche sostanziali delle norme sulla canapa, l’interpretazione delle stesse da parte della magistratura rispondessero a criteri precisi, concreti e tutt’altro che astratti;
C) che sia le forze dell’ordine, che, soprattutto, la magistratura, avessero un approccio di maggiore umiltà con una tematica, che la quasi totalità delle persone impegnate non conoscono sufficientemente e, ciò che è più grave, non intendono ammettere di non conoscere abbastanza.

Sarebbe, talora, opportuno – per chi procede in queste indagini – ammettere la necessità di non criminalizzare persone – i commercianti – che, nella stragrande maggioranza dei casi, operano in ottima fede, ed è auspicabile non vederli nel’ottica deformata del giustizialismo come potenziali spacciatori.





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