Al di là del valore giurisprudenziale e scientifico, nonché di precedente che le sentenze in materia di cannabis (coltivazione e detenzione) possono assumere, devo riconoscere che l’esultanza per le molte assoluzioni che si ottengono (a fronte delle quali, però, vi sono altrettante condanne) ci dimostri come, purtroppo, nulla sia cambiato e nulla stia cambiando.

Mi spiego. In un paese normale, un fenomeno culturale con effetti giudiziari come quello del consumo di sostanze psicoattive leggere e della sua produzione domestica, da tempo avrebbe trovato una sua soluzione, dapprima giurisprudenziale e, poi, in via definitiva a livello normativo. Invece no. Continua la guerra, che vede, da un lato, forze dell’ordine e magistratura, che in realtà non hanno una preparazione tecnico-biologico-giuridica adeguata, e dall’altro i consumatori-coltivatori. Spesso il processo si conclude con la condanna dell’imputato. Talora, invece, il successo arride all’imputato che viene assolto.
Va detto, però, che l’esito assolutorio, si concretizza non tanto (e raramente) in virtù del riconoscimento della liceità di una condotta (la coltivazione) che esaurisce, invero, la propria portata nel soddisfacimento del bisogno privato del coltivatore-assuntore.

L’assoluzione deriva piuttosto in dipendenza di tanti e svariati fattori e argomenti di ordine (il)logico e culturale (?) sovente causali, che il giudice valorizza. Essi possono incentrarsi sulla minima percentuale di THC presente nelle piante o nella sostanza, sul modesto numero di piante coltivato, sulla rudimentalità della forma coltivativa (lampade e irrigatori sono ritenuti assurdamente significativi di un’attività professionale). Questi sono i criteri principali ad avviso della giurisprudenza – unitamente alla rivendicazione dell’indagato/imputato di essere consumatore (a vario titolo) – che sottendono al giudizio di (in)offensività, che costituisce il paradigma fondamentale per la decisione di assoluzione o di condanna.

Un giudizio, quindi, che si incentra su elementi astratti e non su elementi di concretezza. Dunque, la situazione creatasi è quasi ridicola.

Per chiunque di noi (avvocati, imputati, esponenti dei movimenti antiproibizionisti) ottenere assoluzioni è un avvenimento epocale (sempre più costante) che viene accolto come nello sport si accoglie la vittoria dell’ultima in classifica contro la prima.
Simile atteggiamento è, quindi, la cartina di tornasole di una cultura che esiste a livello di massa e di opinione, ma che non produce un vero movimento capace di proporsi come credibile interlocutore con le istituzioni. Prova ne sono i puerili e autoreferenziali tentativi di dialogo (quasi questuante) avanzati da taluni.

È pur vero che i referenti governativi attuali – sui quali tanti avevano deposto grandi speranze – hanno dimostrato un mero interesse elettorale alla necessità di disciplinare il tema della cannabis. D’altronde da ministri, che fanno, del disconoscimento delle garanzie difensive e del più torvo giustizialismo, la loro bandiera ideologica, proponendo tra l’altro come soluzione l’aumento delle carceri, non ci si può attendere un’apertura dialettica e un confronto finalizzato, se non a legalizzare, quanto meno a depenalizzare definitivamente coltivazione e detenzione per uso personale dei derivati della cannabis.

Concedetemi una rapida chiosa. Il governo e il ministro di giustizia sono ossessionati dal pensiero di mutare il regime della prescrizione del reato. Chi è condannato deve pagare. Tale mutamento normativo, però, coinvolgerebbe indiscriminatamente tutti gli imputati giudicati in primo grado sia assolti sia condannati (e anche se con il beneficio della sospensione condizionale della pena). Pensate, quindi, che così, con la sentenza di assoluzione (che per tutti ora costituisce una liberazione dopo anni di patimenti e sofferenze) la vostra vicenda processuale non verrebbe affatto chiusa. Per impedire il decorso della prescrizione (di cui voi non siete responsabili), i termini relativi verrebbero sospesi per un tempo indeterminato e vi trovereste sotto una inammissibile spada di Damocle. Chiusa questa parentesi, peraltro doverosa, è pur vero che neppure gli esecutivi precedenti hanno mostrato sensibilità in materia di cannabis. Questa non è, però, una considerazione consolante.

Se pensiamo, infatti, che oggi nella compagine governativa (nell’organico del Ministero della Giustizia) siede un parlamentare che era sembrato battersi – nella scorsa legislatura – per il superamento dell’attuale situazione e che – allo stato – invece, pur loquace su altri argomenti, si fa notare per il proprio silenzio sulla materia, il quadro appare davvero sconsolante.

Se pensiamo che le singole associazioni non incidono limitandosi a una burocratica informazione, destinata solo a minoranze.

Se pensiamo che le poche manifestazioni pubbliche svolte sino a oggi sono fallite totalmente, per una evidente presunzione organizzativa. Se pensiamo che alle fiere (tante delle quali meramente presunte tali) si prevedono tavole rotonde inutili, perché i relatori (e mi ci metto in primis) continuano a suonare e a cantare temi che l’uditorio ovviamente condivide, senza che, però, mai si crei un serio e pacato contraddittorio con le forze proibizioniste, con la magistratura, con le forze dell’ordine.

Se pensiamo al fenomeno della cosiddetta canapa light che ha evidenziato in modo ancor più dirompente le contraddizioni sia di una legge obsoleta – il dpr 309/90 – che di una legge incompleta – la L. 242/2016 -, contraddizioni che, però, sono viatico per procedere con forme di illegittima repressione.

Se pensate, quindi, Voi che avete avuto la pazienza di leggermi, a tutte queste premesse irrealizzate che si rivelano solo chiacchiere, dovreste solo sperare che il manipolo di noi prezzolati avvocati su cui taluni di Voi, spesso vomita vergognosi insulti, continui a pungolare la magistratura nel vostro interesse.

Se pensate a tutto quanto precede, individuerete e attribuirete, quindi facilmente, le effettive responsabilità di questa situazione, che sono politiche. Non pensiate che una denuncia o un arresto possa capitare solo agli altri, e che Voi possiate essere superiori; nessuno è immune da nulla (come succede purtroppo per le malattie), i prossimi potreste essere proprio Voi.

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