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La consegna della posta in carcere è un rito sacro, ricevere lettere è, assieme ai colloqui con i famigliari, l’unico filo che lega i prigionieri al mondo che hanno lasciato fuori. E’ evidente dunque quanto possa essere piacevole ricevere corrispondenza. Ciò che invece credo sia più difficile è immaginare come si svolga materialmente il “rito”.

La distribuzione avviene in orari diversi a seconda degli Istituti e la consegna è compito delle guardie incaricate anche di controllare che la busta non contenga nient’altro, per esempio droga, per ciò aprono la busta e dispiegano il foglio davanti agli occhi del destinatario, senza però leggerne il contenuto. La posta viene distribuita in sezione quando i detenuti sono rinchiusi, la guardia preposta passa di cella in cella, dove normalmente alloggiano due o più persone e chiama il cognome dei destinatari della missiva. C’è chi riceve lettere quotidianamente, e chi invece molto di rado. Anche i più “duri” suscitano tenerezza quando aspettano che il loro nome venga pronunciato; il momento è sacro proprio per questo: quando senti pronunciare il tuo nome sai che fuori qualcuno ti ha pensato e l’effetto è farti sentire ancora quel senso di appartenenza alla vita ed al mondo degli altri. Per un breve attimo ti senti libero.

Normalmente il flusso di corrispondenza ricevuto da un detenuto tende a diminuire con il passare degli anni; se lui stesso non si adopera per creare la propria rete di contatti epistolari in circuiti che esulino dalla propria cerchia di amicizie, per esempio rivolgendosi ad associazioni, ad altri prigionieri, ad istituti o figure religiose, alla fine chi scrive sono solo i famigliari, per chi li ha ancora. A discrezione del Magistrato titolare del fascicolo che riguarda questo o quel detenuto, esiste la possibilità che la posta venga “censurata”, cioè letta prima di venire consegnata, e ciò vale anche per la corrispondenza in uscita. Ovviamente la misura serve ad evitare che i detenuti in attesa di giudizio e con le indagini ancora in corso, abbiano la possibilità di fornire informazioni a propri “complici” ancora in libertà. La legge prevede che si avvertano coloro sottoposti a tale misura.

Anche se non ho notizia certa che questo avvenga, alcune “leggende metropolitane” raccontano di ritorsioni perpetrate proprio attraverso blocchi della corrispondenza, così come pure si racconta di scanner che leggono i contenuti delle buste senza per altro aprirle. Non saprei dirvi se ciò corrisponda a verità. Quello che invece posso e voglio proporvi è lo scambio di corrispondenza e di indirizzi tra noi e voi. Se ricevete o soltanto leggete “Dolce Vita” potremmo dar vita ad una rubrichetta biunivoca, anche perché scrivere sempre da solo mi rompe i cojoni.

Aspetto vostre notizie Fratelli. Hasta siempre.





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