Tra le perle di saggezze dello scrittore e aforista Stanisław Jerzy Lec, c’è anche questa: «L’anello più debole è spesso il più importante, perché è quello che può spezzare la catena». La ricordo a tutti, me compreso, perché ora che il momento storico e sociale così incerto ci ha reso in preda all’emergenza tutti più egoisti è difficile incontrare qualcuno che abbia particolarmente a cuore la condizione di chi è in carcere. Eppure è in momenti come questi che dovremmo interessarci di più a quello che succede dietro le sbarre.

In prima istanza perché è un luogo che ci riguarda più di quanto pensiamo; temo che in un futuro non lontano e in parte già presente, le ragioni per cui si rischierà di finire in carcere saranno maggiori e differenti dalle attuali. Secondo poi perché la nostra Costituzione sancisce principi che tutti dovremmo essere tenuti a rispettare, in primis lo Stato, seppure gli adeguamenti in corso d’opera di indirizzi anche in contrasto con la nostra Carta Costituzionale siano diventati più frequenti e praticati che in passato.

Uno dei diritti che la Costituzione stabilisce dice che lo Stato è tenuto a garantire la nostra vita, quando la nostra vita è sotto la sua custodia ed è palese che, allo stato attuale delle cose e non da oggi, le condizioni in cui vengono tenuti i prigionieri non sono esattamente “umane”. Anche se molti credono che andare in prigione sia una specie di “vacanza a spese dello Stato”, la realtà carceraria è molto distante da questa visione.

Attualmente i detenuti nelle carceri italiane sono oltre 60mila e le strutture che li accolgono sono in condizioni di pesante sovraffollamento. Proviamo solo per un attimo a metterci nei panni di familiari e amici che temono per i loro detenuti, pensandoli a rischio, senza la possibilità di poter comunicare con loro o essere aggiornati su quanto succede in quello che già era, ed oggi è ancor di più, un mondo parallelo.

Con l’epidemia in corso e la sospensione dei colloqui a causa delle misure di contenimento del coronavirus è diventato prioritario sfruttare la tecnologia per far fare un passo avanti all’umanità intera. Mi riferisco a un piano di ampliamento delle telefonate e diffusione dell’uso di Skype tra i detenuti, perché tutti hanno il diritto di essere costantemente informati sullo stato di salute dei propri cari. Come già sperimentato in questi mesi, la videochiamata, disciplinata in tutto il suo iter dalle indicazioni del Ministero della giustizia, viene controllata visivamente da un poliziotto – cosa che avviene anche nei colloqui tradizionali in carcere – il quale può interrompere la chiamata in ogni momento in caso arrivassero persone non autorizzate.

In tutta sincerità non vedo controindicazioni a utilizzare in questo modo la tecnologia per rendere il carcere più umano. Non credo che permettere una videochiamata con cadenza settimanale ai detenuti, verso i propri figli, i propri genitori o i propri congiunti, indebolisca l’autorità dello Stato e nemmeno che attraverso questa concessione, il “crimine” diventi più forte, appetibile e pericoloso di quanto la miseria già non lo renda ora.





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