In un periodo estremamente drammatico per l’economia del nostro Paese come quello che stiamo vivendo, mentre perfino l’epidemia di covid – 19 viene usata dalla consorteria del cemento come cavallo di Troia per sdoganare senza alcun controllo ogni sorta di grande opera impattante per il territorio, venerdì 10 luglio a Venezia si terrà l’ennesimo atto di una commedia del grottesco che è già costata al contribuente italiano 7 miliardi di euro e probabilmente altri ne costerà negli anni a venire.

Alla presenza del Presidente del consiglio Giuseppe Conte, del ministro delle infrastrutture De Micheli, del governatore della regione Veneto Zaia e del sindaco di Venezia Brugnaro, la classe politica italiana fingerà d’inaugurare il Mose, ben sapendo che in realtà la “grande opera” è ben lungi dall’essere completata e una cospicua parte delle installazioni già esistenti versano in precarie condizioni.

In realtà quella che verrà venduta come inaugurazione del Mose sarà semplicemente una prova di sollevamento delle 78 paratie installate sul fondo della laguna, effettuata in maniera provvisoria, per mezzo di apparati che non sono quelli definitivi, fidando sul fatto che in totale assenza di qualsiasi movimento di marea il sistema possa reggere per qualche ora, nel velleitario tentativo di giustificare difronte all’opinione pubblica i 7 miliardi spesi finora, 1,5 dei quali stando alle inchieste della magistratura evaporati sotto forma di tangenti, fatture false e bustarelle assortite.

Comunque si voglia guardare la questione, il Mose rimane un’opera ancora lontana dalla conclusione, scarsamente utile per risolvere il problema delle alte maree di Venezia e completamente inutile fra qualche decennio quando l’innalzamento dei mari, conseguente al riscaldamento climatico, l’avrà resa un rifiuto tossico di cemento ancorato sui fondali. D’altra parte il Mose è perfettamente in grado di devastare profondamente in maniera irreversibile l’intero ecosistema lagunare, di drenare una cospicua parte del denaro sottratto ai contribuenti nelle tasche della consorteria del cemento e di quella politica e di continuare a farlo anche quando la costruzione dell’ecomostro sarà terminata, sotto forma delle spese di manutenzione che sono stimate nell’ordine dei 100 milioni di euro l’anno.

E pensare che si sarebbe potuto affrontare il problema delle alte maree attraverso tutta una serie di progetti estremamente meno costosi e completamente reversibili, mirati a intervenire sulle cause (la maggior parte delle quali di origine antropica) che generano il fenomeno, rispettando l’equilibrio dell’ecosistema lagunare e con sguardo lungimirante rivolto a un futuro prossimo in cui l’innalzamento dei mari sarà realtà. Tutti progetti bocciati categoricamente, proprio a causa del loro scarso impatto economico che avrebbe reso esigua la “mangiatoia” per le consorterie di cui sopra.

La speranza è che venerdì siano in molti a ribadirlo durante la “festa”, dal momento che il Comitato Nograndinavi che da sempre si batte contro questo scellerato progetto ha già annunciato la propria calorosa partecipazione.





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