Julia_set_spiral

Spesso, nel corso di dibattiti pubblici, mi viene chiesto se esiste un modo per usare le sostanze psicoattive con la relativa sicurezza di “non farsi male”.
Provocatoriamente potrei rispondere: sì, esiste un modo per non farsi male con le sostanze, per non dover pagare un prezzo troppo alto per aver giocato aprendo le “porte della percezione”. E’ quello di non usarle….
Provocazioni e scherzi a parte, io sono profondamente convinto che esista un modo saggio di utilizzare queste sostanze, così come sono profondamente convinto che la modalità comune, tranne le inevitabili eccezioni, sia abbastanza sconsiderata, demenziale o per lo meno troppo edonistica e mercantilistica per essere considerata saggia.

Mi permetto allora di sottoporvi una serie di fattori da tenere in considerazione quando si vogliono usare gli psichedelici in una maniera se non benefica, per lo meno non dannosa. Credo che quasi tutti questi fattori li conosciate, ma credo anche che valga la pena di continuare a ripeterli, nella speranza che una sempre maggior comprensione di questi temi possa aiutare a instaurare un intelligente rapporto con le sostanze.

Il primo elemento, quello da tutti riconosciuto come fondamentale nel determinare la qualità dell’esperienza, è il cosiddetto Set & Setting. Set è l’insieme delle variabili legate alla personalità di un determinato soggetto: il suo bagaglio culturale e sociale, le sue motivazioni e le sue aspettative, la sua struttura psichica, la sua educazione, il suo stato emotivo; Setting è invece l’ambiente più propriamente “fisico” nel quale avviene l’esperienza: il luogo, le condizioni ambientali, le persone che partecipano o assistono all’esperienza, e così via. Modificando il set o il setting (o entrambi) si avrà, pur usando una stessa sostanza, un risultato diverso, a volte addirittura opposto.

Il secondo elemento è una buona conoscenza della sostanza che si sta per usare.
Dei suoi effetti, della sua farmacodinamica. Ma anche dei rischi e dei pericoli che comporta. Conoscere i dosaggi necessari per produrre determinati effetti e rispettarli. Se una sostanza, prendiamo ad esempio la MDMA, è attiva a partire da 50 mg. E raggiunge la pienezza degli effetti intorno ai 120 – 150 mg. Usarne 200 mg. non ha alcun senso: è solo stupido!

E questo ci porta al terzo elemento, cioè l’uso consapevole di una determinata sostanza. Da questo punto di vista non esistono sostanze “buone” contrapponibili ad altre “cattive”. Di tutte le droghe, come di tutti i farmaci e di tutti i cibi, se ne può fare soltanto un uso corretto o un abuso. Ad esempio la marijuana è forse il farmaco più efficace nella cura del glaucoma; l’LSD e gli altri psichedelici possono essere impiegati con risultati sorprendenti in psicoterapia e nel trattamento delle tossicodipendenze. Stessa cosa vale per la famigerata MDMA, o Ecstasy. Per contro l’uso di medicinali la cui importanza è oggi fondamentale, come la morfina nella terapia del dolore, gli antibiotici e la stessa banale aspirina, comportano rischi non indifferenti per la salute. Se un certo numero di reazioni negative diventasse il criterio per la messa al bando di un qualunque farmaco, state pur certi che sugli scaffali delle farmacie non vedremmo neppure più una scatola di supposte per bambini!
Cosa voglio dire? Semplicemente che il problema non sta nell’uso, ma nell’abuso. E di fronte all’abuso, indipendentemente dalle leggi, non c’è nulla da fare. Sempre ci sarà chi abuserà di questa o quella sostanza, di questo o quel farmaco, di questo o quel cibo.

Uno dei cavalli di battaglia dei Proibizionisti odierni è quello che, tolte le leggi repressive si sprofonderebbe in un battibaleno in un’orgia di uso di stupefacenti. Scusate, ma questa è una cretinata.
Perché legalizzazione o proibizione, tutti i tipi di droghe sono profondamente e permanentemente radicati nella nostra cultura, nel nostro modo di vita. Siamo già immersi in droghe legali e illegali, disponibili a chiunque voglia procurarsele e possa permettersele. L’illegalità di alcune ha generato soltanto un’esplosione di organizzazioni criminali e di reati che non esisterebbero senza la loro illegalità.

Certo, è possibile che rimuovendo le leggi sugli stupefacenti qualche casalinga frustrata si avventuri a fare un tiro di cocaina, o qualche timido bancario voglia provare l’ebbrezza del “viaggio” psichedelico, ma in generale, l’abuso di sostanze non sarebbe peggiore di quello attuale, e dopo una possibile ma non certa, sperimentazione iniziale, le cose ritornerebbero al loro naturale equilibrio.

Vorrei concludere con una valutazione del così detto “problema droga” in chiave psico-antropologica. Le finalità e gli usi delle sostanze chimiche in grado di modificare la coscienza da parte delle società tradizionali e dei Paesi industrializzati sono molto diversi, così come sono diversi i modi con cui le sostanze stesse sono vissute e gli effetti che ne derivano.
Nel mondo tribale e pre-industriale le piante allucinogene sono “piante sacre”; vengono considerate alla stregua di esseri viventi dotati di attributi soprannaturali, in grado di fornire ad alcuni individui prescelti –gli sciamani- una specie di ponte attraverso l’abisso che separa questo mondo da quello degli dei. In queste società si crede che queste piante siano essenziali per il benessere dell’individuo e della collettività; l’esperienza visionaria, i concetti che culturalmente ne derivano e ne determinano l’interpretazione sono del tutto coerenti con i sistemi tradizionali filosofici, religiosi ed etici; questi, a loro volta, valorizzano e persino incoraggiano l’approccio individuale con le forze soprannaturali e il confronto con esse.

E’ dimostrato dall’archeologia che tutte le comunità che usano ancora oggi piante allucinogene lo hanno fatto per secoli e per millenni. Possiamo allora affermare che le “piante sacre” hanno contribuito a formare la storia della cultura, poiché è proprio nell’esperienza visionaria che l’individuo afferma dinanzi a sé stesso la validità delle tradizioni tribali a lui giunte oralmente dai vecchi padri fin dall’infanzia. Le piante sacre servono a dare valore e rendere vera una cultura, mai per fornire un momentaneo mezzo di evasione.
Uno sciamano messicano disse un giorno ad un antropologo americano che gli Huicholes prendono il peyote per imparare come si diventa veramente Huichole. L’LSD, la mescalina, la psilocibina o quant’altro, vengono usate in Occidente per scopi ben diversi che per “imparare a diventare” Italiano, o Francese, o Americano….

Come mai sostanze uguali hanno effetti così diversi in ambienti culturali diversi? Come mai presso alcuni popoli sono venerate da millenni come sacre, benevoli e fondamentali, mentre presso altri popoli sono considerate così “malefiche” e “pericolose” che il solo fatto di possederle rappresenta un grave reato?
E’ chiaro che la variabile risiede nella società, e non nella chimica di queste sostanze. E’ la cultura e i suoi stereotipi che rendono legale e moralmente accettabile una droga sociale -l’alcool- e inaccettabile un’altra -la cannabis- non certo le caratteristiche chimiche dell’una o dell’altra. Le droghe che danno dipendenza fisica, come l’eroina, sono ben diverse da quelle che non danno dipendenza, eppure sono tutte inserite nella stessa tabella legislativa…..

Finché non verrà accettata da tutti (la gente, i consumatori, i ricercatori, i legislatori, fino all’ultimo poliziotto) una visione che integri biologia e antropologia, farmacologia e psicologia, esisterà sempre un problema droga. E finché esisterà un problema droga l’abuso di certe sostanze non cederà né alle leggi più repressive né ai più massicci stanziamenti economici per la “riabilitazione”…
Se questo mio discorso fosse infondato, allora perché ci si preoccupa di più della cannabis che non degli effetti della nicotina?
Senza sottovalutare la serietà del problema attualmente strombazzato dai mass-media dell’Ecstasy, perché ci si preoccupa di più di una sostanza che interessa una percentuale globalmente bassa di individui che non delle proporzioni davvero massicce raggiunte dall’abuso di alcool?
E se è vero che il danno sociale e personale prodotto dall’eroina è molto alto, intimamente legato alla criminalità, alle rapine e alla prostituzione, è altrettanto accertato che esiste una strettissima correlazione fra alcool e omicidi, violenze su minori e bambini, con un costo sociale immensamente più alto di quello attribuibile all’eroina….

Soltanto partendo da questi dati, credo, potremo aprire un dibattito serio, costruttivo e senza isterismi: abbandonando i discorsi vuoti e moralistici potremo iniziarne uno completamente radicale, che da un lato coinvolga tutto l’apparato sociale ed economico qual è quello nel quale giornalmente dobbiamo vivere, e dall’altro tenga conto di nuove dimensioni di coscienza e di piacere.
Se un numero sempre maggiore di persone riconoscerà il valore positivo degli stati modificati di coscienza, allora anche i mezzi per ottenere queste “modificazioni” diventeranno agli occhi di tutti “normali”, e non cose che riguardano solo i “selvaggi”, i “figli dei fiori”, i “depravati” e tutti coloro che vogliono evadere dalla realtà quotidiana.

a cura di Gilberto Camilla
Presidente della SISSC





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