Soprannominata “Queen of Hash”, in quanto grande esperta di hashish, Mila Jansen ci regala la sua autobiografia “Mila, How I Became the Hash Queen”. Un viaggio nella vita della Regina dell’Hash che parte dall’Olanda e giunge fino all’Himalaya, passando per il florido mercato americano. Il racconto delle tante eccitanti esperienze che l’hanno resa esperta e appassionata di hashish a livello mondiale, tanto da essere inserita tra le 100 persone più influenti nel settore della cannabis e tra le pioniere che hanno rivoluzionato il mondo degli estratti.

Il tuo nuovo libro si chiama “How I Became the Hash Queen”, chi ti ha affibbiato questo soprannome?
È stata Jen di High Times la prima a chiamarmi la Regina dell’Hash. Mi fece un’intervista e nel titolo inserì questo nuovo soprannome.

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro autobiografico?
Ho iniziato a scrivere la mia biografia 11 anni fa, ma a quell’epoca non ero ancora la regina dell’Hash. Poi nel tempo la gente mi ha suggerito diverse volte di mettere per iscritto la mia vita incredibile e così ho fatto.

Ci racconti qualche particolare avventura che possiamo trovare nel libro?
La prima volta che ho fatto contrabbando avevo circa 7 kg di hashish afghano che dall’Afghanistan ho spostato in Pakistan, nell’autunno del 1968. Stavo viaggiando con mia figlia e 5 o 6 amici. Nel passo Khyber prendemmo tutti dell’hash afghano. Costava 20$ al chilogrammo, io ne presi due e mi diedero 1kg gratis. Mentre discutevamo su come portarlo in Pakistan decisi di andarmi a sedere con mia figlia nelle prime file del bus, come delle turiste. Avevo l’hashish di tutti dentro la mia borsa che sopra era coperta solo con dei vestiti da bambina. Una volta arrivati al confine, chiesero a me e a mia figlia di andare dall’ufficiale di servizio per prendere del tè con lui. E così facemmo, e lui rimase incantato da mia figlia, con i suoi occhi azzurri e i suoi ricci biondi. Mentre noi bevevamo il tè, tutti i bagagli dei miei compagni di viaggio venivano controllati. Non trovando nulla ci fecero continuare e il tizio della dogana mi portò persino la borsa dentro al bus!

In questi anni come si è evoluto il mondo della cannabis?
Dipende di quale paese parliamo. Gli Stati Uniti son progrediti davvero tanto: sono passati dall’essere uno dei paesi più severi, dove le persone venivano rinchiuse per anni solo per un po’ di erba, al boom dei giorni nostri. Sono sempre più gli stati U.S.A che aprono alla legalizzazione, e in essi il mercato è invaso non solo dalle infiorescenze ma anche da molti concentrati, fumi, prodotti alimentari, prodotti per uso topico, etc. Tutti con le relative analisi sui prodotti chimici presenti e, in genere, anche con una lista accurata dei diversi cannabinoidi e terpeni. 
Poi c’è l’Olanda dove la situazione è un vero disastro: ogni grower è considerato un criminale e il cosiddetto “backdoor problem”, ovvero il fatto che i coffeshop abbiano il permesso di vendere ma nessuno detenga l’autorizzazione di coltivare per conto loro, non è mai stato risolto. Recentemente l’assistenza sanitaria ha tolto l’erba terapeutica sostenendo che i suoi benefici medici non sono mai stati provati. Da quello che so in Europa le cose stanno avanzando, ma non sono molto informata sull’argomento. Invece amo l’Uruguay, il primo paese a legalizzare davvero la cannabis, anche se non hanno un sistema molto chiaro per distribuirla.

Nel settore della cannabis operano molti uomini, come hai vissuto il fatto di essere una delle poche donne nell’ambiente?
Non mi ha mai dato troppo fastidio essere una delle poche donne nell’industria della cannabis. Oggi, la maggior parte degli uomini con cui ho a che fare sono decisamente più giovani di me, ciò è una fonte di energia ed entusiasmo nella mia vita. Soprattutto se sono uomini che amano l’hashish come me.

Ho letto che stai facendo un sequel del tuo documentario “Mila’s Journey”, ci puoi anticipare qualcosa?

Purtroppo è ancora troppo presto. Al momento siamo impegnati con le riprese.

Dab-A-Doo è l’hash competition che organizzi in giro per il mondo. Da quanto tempo esiste e quando sarà la prossima edizione?
La Dab-A-Doo cup è nata ad Amsterdam nel 2013 in occasione del mio sessantanovesimo compleanno. Volevo festeggiare in maniera diversa e così feci un evento ad inviti nel quale i giudici dovevano votare i migliori hashish. Ebbe talmente tanto successo che oggi abbiamo all’attivo 17 edizioni. La prossima sarà il 3 ottobre a Medellin, in Colombia, invece, il 3 e il 4 novembre ce ne sarà una a Guadalajara in Messico.

Sei stata inserita tra le 100 persone più influenti nel mondo della cannabis, te lo aspettavi?
La mail di High Times mi ha completamente sorpreso, volevano consegnarmi questo magnifico premio il primo marzo del 2018, per cui sono volata negli Stati Uniti. Oggi che mi trovo in Colombia vogliono consegnarmi un altro premio per essere una pioniera e una visionaria nel mondo dei concentrati. Ma ancora non ho deciso se restare in Colombia o correre di nuovo a Los Angeles.

Progetti futuri?

Avevo intenzione di comprare un terreno, due ettari di prato da trasformare in un paradiso per api, farfalle, uccelli, rane, etc. Ma il comune nel quale si trova il prato non mi permette né di piantare siepi né di fare uno stagno per ricreare i diversi ecosistemi. Insistono sul fatto che deve rimanere così com’è e che bisogna mantenere questi campi verdi, nonostante tutte le associazioni ambientaliste gli dicano che questi prati verdi stiano riducendo tutte le specie di insetti e uccelli. Si tratta di un’altra battaglia che mi rifiuto di perdere.

Qual è il miglior hashish che hai mai fumato?
Il miglior hashish che abbia mai fumato è quello che fumo adesso, tutti gli altri sono il passato o il futuro. Comunque, negli anni 70 fumavo hash fresco estratto a mano (handrub) insieme ai sadhu sopra Manali, nella Kulu Valley dell’Himalaya. Lo sfregavamo direttamente dalla pianta e lo fumavamo subito, era come un allucinogeno che veniva giù dalla montagna.

Lascia un messaggio ai lettori…
Vi amo tutti e vi auguro di fare ciò che più amate in questa vita. Imparate e divertitevi!





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