Dopo il cambiamento di regime alimentare volto a diminuire il consumo di carne e latticini, la riduzione degli sprechi è probabilmente il metodo più importante di cui disponiamo per garantire che ci sia abbastanza nutrimento per tutti.
La tentazione di infuriarsi per gli sprechi alimentari ovunque li si veda è forte. Per certi versi non è un atteggiamento sbagliato, ma se vogliamo davvero migliorare la situazione faremmo meglio ad analizzare con più attenzione quanto spreco si genera e dove. Solo a questo punto potremo iniziare a stabilire le priorità. Spesso le statistiche sullo spreco alimentare sono espresse in tonnellate, il che non ci aiuta, dato che in tal modo si conferisce lo stesso valore a un chilo di anguria e a un chilo di carne bovina o di formaggio. Perciò parlerò degli sprechi in termini di calorie perdute (anche le proteine hanno una grande importanza, ma il modo in cui vanno sprecate si rivela molto simile a quello delle calorie).

Le percentuali di tutte le calorie che vanno sprecate, per area geografica, tipo di alimento e fase del viaggio che porta il cibo dai campi allo stomaco.

I consumatori incidono per il 20 per cento di tutti gli sprechi alimentari, e tre quarti di questa quota sono ascrivibili al quarto della popolazione mondiale che vive in Europa e nelle Americhe. Più grave anche se meno visibile è il problema dello spreco globale di calorie che avviene nella fase di raccolta (34 per cento del totale) e di stoccaggio (30 per cento). Oltre la metà dell’intero spreco si verifica in Asia, dove le perdite maggiori sono ascrivibili allo stoccaggio (21 per cento di tutti gli sprechi alimentari mondiali), alla raccolta (17 per cento) e alla distribuzione (7 per cento).

Dove e come va sprecato il cibo? (L’Oceania non è inclusa, ma dà conto di una frazione inferiore all’1 per cento sul totale)

Ogni area geografica ha problemi di spreco diversi. In Europa dominano gli sperperi domestici e dell’industria della ristorazione. Nelle Americhe i livelli di spreco da parte dei consumatori sono simili a quelli europei, ma le perdite nella fase di raccolta sono più elevate. In Africa e in Asia gran parte delle perdite non si verifica a livello domestico ma durante la raccolta e la fase successiva di stoccaggio; qui il problema risiede nelle industrie alimentari e non nell’incuria dei consumatori.

Quanto ai tipi di alimenti che vanno sprecati, i cereali incidono per il 48 per cento del totale, mentre carne, pesce e latticini insieme danno conto del 9 per cento soltanto.

Sprechi alimentari globali per tipo di alimento e fase di trasformazione. I cereali incidono per il 48 per cento di tutte le calorie perdute. Carne, pesce e formaggio insieme incidono per il 9 per cento.

Ridurre lo spreco della metà aumenterebbe la disponibilità globale di cibo del 20 per cento. Nei paesi in via di sviluppo ciò significa soprattutto una raccolta e uno stoccaggio più efficienti; nei paesi sviluppati e tra le persone benestanti di tutto il mondo ha più a che fare con il consumo di tutto il cibo che si acquista. La gran parte di ciò che servirebbe si riduce alla creazione di alcune strutture e attrezzature relativamente semplici nei paesi poveri e di un cambiamento culturale nei paesi ricchi.

Che cosa posso fare io?

Mangiate quello che comperate. Sembra fin troppo ovvio, ma l’incapacità di farlo nei paesi sviluppati del mondo è impressionante. Si tratta di guardare che cosa c’è nel frigo prima di decidere che cosa comprare o che cosa mangiare a cena. Non acquistate prodotti in offerta “due al prezzo di uno” a meno che non siate certi di consumarli. Imparate a utilizzare gli avanzi per fare grandi cose. La sola eliminazione degli scarti domestici e della ristorazione in Europa e nelle Americhe aumenterebbe del 10 per cento la disponibilità mondiale di cibo.

Che cosa possono fare i ristoranti?

Aiutare gli avventori ad avere nel piatto solo ciò che mangeranno. Tra le opzioni ci sono il self-service e la possibilità di scegliere le porzioni. Inoltre, naturalmente, i ristoranti dovrebbero offrire agli avventori contenitori e sacchetti (riciclabili) per portare a casa gli avanzi.

Come possono aiutarci i negozi a tagliare gli sprechi?

Il contributo più grande che può dare un negozio è incoraggiare i clienti a ridurre gli sprechi. Farlo significa anche essere un buon modello di comportamento. I supermercati devono aiutare le persone ad acquistare soltanto quello che mangeranno. A qualche gestore questo comportamento sembra un suicidio commerciale, ma c’è molto da guadagnare in termini di fiducia dei clienti, oltre a una maggior capacità di vivere in pace con la propria coscienza. A parte la gestione oculata delle scorte e degli sconti, ecco alcune delle cose che ho visto tentare con successo:

  • Vendere la frutta e la verdura sfuse, così che le persone possano comprare l’esatta quantità di cui hanno bisogno;
  • Addestrare il personale del banco dei prodotti freschi ad aiutare i clienti single ad acquistare porzioni singole;
  • Vendere una buona varietà di prodotti per preservare gli avanzi;
  • Proporre menu di piatti confezionati con gli avanzi, soprattutto dopo Natale o altre feste.

In Europa e in America i rivenditori hanno già un forte incentivo a non gettar via il cibo, dato che farlo comporta costi molto elevati. Per gli stessi motivi, anche le quote di spreco nella fase di lavorazione degli alimenti sono decisamente basse. Perciò, se è vero che i supermercati non dovrebbero gettare nel cassonetto prodotti che potrebbero regalare alle banche del cibo, e se è importante che siano visti come modelli di comportamento, dobbiamo renderci conto del fatto che contribuiscono in misura limitata al problema degli scarti totali.

Estratto da “No planet B – Guida pratica per salvare il nostro mondo” di Mike Berners-Lee, per gentile concessione de Il Saggiatore, 2020





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